Alice In Wonderland

05/04 - in CINEMA

Alice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinché non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca.
La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benché la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere.
Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perché più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perché è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perché dopo un inizio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo.
E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti.
Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme.

 

Di Gabriele Niola - MYmovies.it


Oggi al cinema

TITOLO CINEMA ORARI
Codice Genesi

Uci Cinemas Milanofiori

17:10 19:50 22:25

Un film di Albert Hughes, Allen Hughes, con: Denzel Washington, Gary Oldman, Mila Kunis, Ray Stevenson, Jennifer Beals, Frances de la Tour, Michael Gambon, Tom Waits, Lateef Crowder, Malcolm McDowell, Chris Browning, Evan Jones, Joe Pingue, Lora Cunningham, Scott Michael Morgan, Don Tai, Luis Bordonada, Richard Cetrone, Keith Davis

Il ritorno dei fratelli Hughes sul grande schermo con un film post-apocalisse complesso e citazionista

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene: Carnegie il despota di una precaria città di ladri e killer. Ma la figlia adottiva di Carnegie, Solara è affascinata da Eli per un altro motivo, la visione che lui offre di qualcosa che può esistere oltre i confini del territorio dominato dal patrigno. Non è un film facile Codice: Genesi (titolo banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario The Book of Eli. Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post catastrofe' così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita. In cui si inserisce immediatamente la figura del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la forza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli non precisamente conviviali) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore. Codice: Genesi non è un film facile anche perché adotta stili narrativi diversi. Alla scene di azione si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato. C'è poi un versante citazionista che potrà dare fastidio ad alcuni e invece sollecitare la memoria cinefila di altri. Partendo da Interceptor per arrivare a Fahrenheit 451 innumerevoli sono le citazioni (od omaggi se preferite) che costellano il film. Che i fratelli Hughes (lontani dal grande schermo dal 2001 con From Hell) costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere Il Libro di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione. Vai alla scheda su Mymovies.it

Codice Genesi

Ducale Multisala

The Space Cinema Odeon

Colosseo

Uci Cinemas Certosa

Uci Cinemas Bicocca

Uci Cinemas Pioltello

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Multiplex Arcadia

Arcadia Multiplex

The Space Cinema Cerro Maggiore

The Space Cinema Cerro Maggiore

Le Giraffe Multiplex

15.00-17.30-20.00-22.30

12:00 14:40 17:20 20:00 22:40

15.00-17.30-20.00-22.30

18:00 21:00

14:20 15:00 17:00 17:35 19:35 20:10 22:10 22:45

17:10 18:30 19:50 21:30 22:25

16:45 19:30 16:00 18:30 21:30

16:45 19:30 22:30

17:30

17:40-20:05-22:40

19:30 22:30

17:30

18.00-21.00

Un film di Albert Hughes, Allen Hughes, con: Denzel Washington, Gary Oldman, Mila Kunis, Ray Stevenson, Jennifer Beals, Frances de la Tour, Michael Gambon, Tom Waits, Lateef Crowder, Malcolm McDowell, Chris Browning, Evan Jones, Joe Pingue, Lora Cunningham, Scott Michael Morgan, Don Tai, Luis Bordonada, Richard Cetrone, Keith Davis

Il ritorno dei fratelli Hughes sul grande schermo con un film post-apocalisse complesso e citazionista

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene: Carnegie il despota di una precaria città di ladri e killer. Ma la figlia adottiva di Carnegie, Solara è affascinata da Eli per un altro motivo, la visione che lui offre di qualcosa che può esistere oltre i confini del territorio dominato dal patrigno. Non è un film facile Codice: Genesi (titolo banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario The Book of Eli. Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post catastrofe' così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita. In cui si inserisce immediatamente la figura del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la forza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli non precisamente conviviali) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore. Codice: Genesi non è un film facile anche perché adotta stili narrativi diversi. Alla scene di azione si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato. C'è poi un versante citazionista che potrà dare fastidio ad alcuni e invece sollecitare la memoria cinefila di altri. Partendo da Interceptor per arrivare a Fahrenheit 451 innumerevoli sono le citazioni (od omaggi se preferite) che costellano il film. Che i fratelli Hughes (lontani dal grande schermo dal 2001 con From Hell) costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere Il Libro di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione. Vai alla scheda su Mymovies.it

Lourdes

Ariosto

15.00-17.00-19.00-21.00

Un film di Jessica Hausner, con: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann

La ricerca laica della felicità nel luogo sacro di Lourdes
Christine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma', partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po' di fiducia nella vita.
di Nicoletta Dose

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariChristine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma', partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po' di fiducia nella vita. Sorride sempre, cerca la conversazione con i piacenti giovani volontari dell'organizzazione, si appiglia all'espressività del volto, l'unica parte del corpo che riesce a muovere. Alla gita spirituale partecipano malati nel fisico e nella mente, tutti parte di un micro mondo abituato alla solitudine e scivolato nell'individualismo. Quando i giorni di vacanza stanno per concludersi, accade il miracolo: Christine, piano piano, riacquista sensibilità alle dita, poi alle braccia e alle gambe, fino ad appoggiare i piedi a terra e cominciare a camminare. La guarigione improvvisa sorprende tutti e inaugura crudeli invidie tra i compagni. Nel frattempo Christine si gode il piccolo momento di felicità, ancora incerta sul suo precario futuro. Christine si fa volere bene da tutti. È dolce, buffa e curiosa, ma anche delicata e riservata, laconica, come se il suo blocco fisico le avesse rubato anche le parole. Sembra non pretendere nulla da nessuno, prega molto meno rispetto agli altri compagni di viaggio, si lascia vivere disperata. Lo sfogo dell'inquietudine che la divora avviene solo davanti a dio, in confessionale, dove si dichiara colpevole di invidia per le persone ‘normali'. Ma cosa vuol dire essere normali? Affidarsi alla casualità di un miracolo? La ricerca di felicità e integrazione passa attraverso la sofferenza, sempre. La Chiesa tentenna, abbozza delle risposte semplicistiche, inconsapevolmente esilaranti. Colpevolizza l'animo peccaminoso e si toglie il pensiero. La controparte laica (i volontari dell'Ordine di Malta) sembra aver smesso di credere ai miracoli da lungo tempo; così si lascia andare a barzellette che prendono in giro la Madonna, o a sguardi accusatori e perplessi che mettono in grave difficoltà le prediche del sacerdote. La normalità, per loro, è solo uno specchio dove riflettere se stessi: tutti sono regolari ed eccentrici allo stesso tempo. La forza dissacrante del dubbio travolge Lourdes, il luogo della speranza per eccellenza, trasformandola in un angolo di mondo straniante dove l'illusione del miglioramento, spirituale e fisico, si vende al prezzo di pacchiane statuette souvenir, e il misticismo si offre a colazione, assieme al caffè caldo. Lo stile minimalista della regista mette in luce il paradosso della sacralità, soffermandosi sugli aspetti profani. Per farlo, tocca ambienti e toni conosciuti, omaggiando lo scetticismo di Kaurismäki e l'ironia sottile del francese Jacques Tati. Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso (tra le più belle, la sequenza iniziale della silenziosa e apatica preparazione della sala da pranzo), ogni azione è inserita sapientemente in un'armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. Il processo narrativo si costruisce così sul susseguirsi di piccole sequenze che si muovono al ritmo di un'altalena perpetua. Christine va avanti, riacquista l'uso delle gambe, sfiora la felicità (si innamora, balla e canta come un'adolescente) ma poi ritorna un po' indietro, cade di nuovo nell'assurdità della vita quotidiana, imprigionata, come tutti, in una condizione di dubbi e continui assetti di volo. Vai alla scheda su Mymovies.it

Alta Infedeltà

The Space Cinema Rozzano

13:45

Un film di Claudio Insegno, con: Pino Insegno, Claudio Insegno, Biagio Izzo, Justine Mattera, Marta Altinier, Sabrina Pellegrino, Marco Messeri, Maurizio Casagrande

Commedia degli equivoci tratta dall'omonima pièce teatrale dei fratelli Insegno

Consigliato: Assolutamente No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariFilippo è un uomo sposato col vizio delle donne e delle menzogne. Legato a Magda senza amore e dentro una villa borghese alle porte di Roma, l'uomo è alle prese con una nuova e biondissima amante, che ignora il suo stato civile e ha appena acquistato la casa di fronte alla sua. Allarmato chiede aiuto a Giorgio, consigliere riluttante e amico arrendevole, che da sempre e suo malgrado gli risolve problemi e lo solleva da situazioni scomode. Questa volta però le cose sembrano mettersi male per Filippo e le sue bugie ben edificate crollano sotto i colpi assestati da una messe sconcertante di personaggi in cerca di un amante, una figlia, una fidanzata, un incendio, una bottiglia di whisky, un pollo arrosto. Tra corse a perdifiato, ingressi (in scena) trafelati, cene bruciate e crisi d'isteria collettiva, Filippo e signora ritroveranno, ciascuno a suo modo, la via della camera da letto. Tratto dall'omonima pièce teatrale dei fratelli Insegno, Alta infedeltà lascia le tavole del palcoscenico per irrigidirsi nella sua didascalica versione cinematografica. Carlo e Pino debuttano alla regia e dirigono una commedia degli equivoci che frulla melodrammi esistenziali, situazioni surreali, ironie, tradimenti e provocazioni, senza che ciò si traduca in un'identità o un'impressione di coerenza. Se l'intento della premiata ditta Insegno era quella di evadere dai confini della teatralità, l'intenzione fallisce miseramente. Alta infedeltà denuncia le sue origini e l'evidente impianto teatrale, scegliendo, come palcoscenico dell'irrinunciabile struttura a “numeri” e siparietti, una villa e un divano “by Natuzzi” (product placement e strumento promozionale all'interno del film). Su quello stesso divano, sollevato, traslocato, disposto e nuovamente rimosso, crollano sfiniti i tanti personaggi e collassa la commedia senza possibilità di recupero. Gli autori cercano di tenere tutto e tutti in campo con una regia macchinosa, dimenticando che le arguzie e i paradossi del comico risaltano meglio nella semplicità e nella linearità. Il precario equilibrio della commedia si sfalda definitivamente nel gioco di attori, dove Pino Insegno vede il proprio primato insidiato da altri mattatori poco propensi al ruolo di spalla: Claudio Insegno con il suo amico mite e “azzeccagarbugli” (per la sua capacità di scamparlo dai guai) e Biagio Izzo che entra con abilità avveduta a metà del film per condirlo con sapori partenopei, con l'unica gag a oltranza e con sgrammaticature del parlato che si vorrebbero esilaranti. Non aiutano a ridurre il disequilibrio delle parti in commedia le protagoniste femminili, che più dei colleghi sembrano ignorare che quello che funziona sul palcoscenico diventa inutile o addirittura dannoso di fronte alla macchina da presa. Lo stile marcato e insistito delle attrici, combinato alle espressioni forzate e a ogni possibile clichè degli attori, rendono il film insostenibile e banalizzano un mezzo d'espressione troppo ricco per lasciarlo ai narratori di storie. Vai alla scheda su Mymovies.it

Nord

Apollo

13.00-15.30-17.15-19.00-20.30-22.00

Un film di Rune Denstad Langlo, con: Anders Baasmo Christiansen, Kyrre Hellum, Marte Aunemo, Mads Sjøgård Pettersen, Lars Olsen, Astrid Solhaug, Even Vesterhus, Ragnhild Vannebo, Celine Engebrigtsen, Ole Dalen, Tommy Almenning

Un road movie su motoslitta tra le nevi della Norvegia

Ormai ritiratosi in solitudine a lavorare come guardia di un parco sciistico, Jomar scopre di essere il padre di un bambino nato nell'estremo Nord del paese e quindi sceglie di partire in viaggio attraverso la Norvegia. Mezzo utilizzato una motoslitta, uniche provviste cinque litri d'alcol. Che sia per un'iniziazione di qualche genere o per riallacciare dei rapporti da troppo tempo (e magari bruscamente) interrotti, quella del road movie è una delle formule più antiche e consolidate del cinema, dove il viaggio rappresenta l'occasione per l'incontro fugace, casuale, ma spesso cruciale, con degli sconosciuti. Nord non fa nulla per uscire da questo canovaccio, non ci prova nemmeno, ma funziona ugualmente, forse per l'umiltà ossequiosa con cui lo ripropone o forse per la colonna sonora country dei Motorpsycho in versione International Tussler Society o forse ancora per come indugia sugli sguardi diffidenti e carichi di solitudine di questi norvegesi sparsi tra i ghiacci del nord. Anche topoi di per sé abusati come l'incendio della casa che Jomar abbandona o altri eventi che simboleggiano un taglio netto con il passato riescono a rientrare nel contesto dimesso del film senza appesantire la narrazione. Jomar incontra (pochi) esseri umani durante il suo viaggio: per alcuni di loro l'isolamento è una scelta, per altri una necessità con cui convivere, per tutti significa estraniarsi inevitabilmente dalla società e crearsi un proprio mondo parallelo, con delle sue bizzarre regole e con dei suoi ancor più bizzarri passatempi. Sono proprio questi nuclei di personaggi borderline, tappe senzienti del viaggio di Jomar, a risultare i veri protagonisti di un delizioso ed eccentrico snow trail movie. Vai alla scheda su Mymovies.it

Avatar

Uci Cinemas Certosa

Uci Cinemas Bicocca

Ducale Multisala

The Space Cinema Odeon

Gloria Multisala

Orfeo

Skyline Multiplex

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Pioltello

Le Giraffe Multiplex

Arcadia Multiplex

Multiplex Arcadia

The Space Cinema Cerro Maggiore

Plinius Multisala

Uci Cinemas Milanofiori

Versione 3D: 18:20 21:45

Versione 3D: 14:50 18:20 21:50

Versione 3D: 15.30-19.00-22.15

11:50

Versione 3D: 15.00-18.10-21.20

Versione 3D: 15.15-18.45-22.15

Versione 3D: 18.15-21.30

Versione 3D: 15:45 19:00 22:15

18:00 21:20

Versione 3D: 18.10-21.30

Versione 3D: 17:50-21:15

Versione 3D: 21:00

21:00

Versione 3D: 15.00-18.15-21.30

18:20 21:50

Un film di James Cameron, con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi, Joel Moore, CCH Pounder, Wes Studi, Laz Alonso, Peter Mensah, Matt Gerald, Scott Lawrence, Sean Moran, Dileep Rao, Julene Renee, Jacob Tomuri, Noli McCool, Peter Dillon, Kevin Dorman, Dean Knowsley, Sean Anthony Moran, Amy Clover, Sean Patrick Murphy, James Pitt

James Cameron si conferma un regista capace di fondere spettacolarità e messaggio
Un veterano di guerra paralizzato, viene trasportato su Pandora, una pianeta dominato da una popolazione aliena.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariJake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l'atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati' dall'umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d'affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C'è però un problema: gli indigeni Na'vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell'avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all'interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na'vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell'impresa cambia. James Cameron è tornato e, ancora una volta, ha lanciato la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero conservatrice, anche in Avatar decide di basare l'impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente semplice (anche se chi ha fatto facili e ironici riferimenti a Pocahontas ha dimenticato che la giovane indiana d'America visse, nella sua storia d'amore con John Rolfe, il percorso esattamente opposto a quello qui narrato). Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore. Potrebbe sembrare un ossimoro ma non è così. Perché pesca citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, offrendole un'entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu'tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ‘Nuovimondi' da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia. Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un ‘altro da sé' come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però dimenticare che al pubblico (anche al più vasto, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) non è sufficiente offrire la tecnologia più avanzata (che qui non manca). Non basta ‘stupirlo'. Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società. In Avatar, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un'energia panica da rispettare) è quello sulla facile etichettatura di nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo. Avatar non sarà il film che rivoluzionerà la storia del cinema ma Cameron merita rispetto e ammirazione. Sa perché e su quali temi rischiare, in un'epoca in cui la grande maggioranza cerca l'incasso sicuro. Onore al merito. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il nastro bianco

Eduardo

21.15

Un film di Michael Haneke, con: Christian Friedel, Leonie Benesch, Ulrich Tukur, Ursina Lardi, Burghart Klaußner, Steffi Kühnert, Josef Bierbichler, Rainer Bock, Susanne Lothar, Branko Samarovski, Detlev Buck, Mercedes Jadea Diaz, Thibault Sérié, Enno Trebs, Anne-Kathrin Gummich, Marvin Ray Spey, Kai-Peter Malina, Michael Kranz, Fion Mutert, Maria-Victoria Dragus, Levin Henning, Johanna Busse, Yuma Amecke, Marisa Growaldt, Janina Fautz, Jadea Mercedes Diaz, Sebastian Hülk, Michael Schenk, Leonard Proxauf, Theo Trebs

In un clima di opprimente attesa Haneke continua lucidamente e implacabilmente la sua analisi delle relazioni tra gli esseri umani
Strani eventi accdono in una scuola di campagna nel nord della Germania durante l'anno 1913, sembrando una punizione rituale. Come il sistema scolastico ne subiscel'influenza e come la scuola ha un'influenza sul fascismo?
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUn villaggio protestante nel nord della Germania. Anni 1913 1914. La vita si presenta con i ritmi delle stagioni e con la sua monotona ripetitività. Fino a quando accade un fatto inspiegabile: il medico si frattura gravemente una spalla in seguito a una caduta da cavallo dovuta a un filo solido ma invisibile teso sul suo percorso. A raccontare gli avvenimenti è la voce di un anziano: all'epoca dei fatti era l'istitutore arrivato in loco da un paese non troppo lontano. L'attentato al medico però non resta isolato. Altri eventi si susseguiranno sotto lo sguardo attento e misterioso dei bambini delle varie famiglie. Haneke continua lucidamente e implacabilmente la sua analisi delle relazioni tra gli esseri umani decidendo, in questa occasione, di incentrare la sua attenzione su un microcosmo che assurge a laboratorio del futuro della Germania. Grazie a un bianco e nero bergmaniano il regista austriaco costruisce un clima di opprimente attesa. Ciò che gli interessa non è la detection (scoprire chi sta all'origine degli inattesi episodi di violenza) quanto piuttosto riflettere su una società che sta ponendo a dimora i semi che il nazismo, dopo la Prima Guerra Mondiale, farà fruttificare. Le relazioni tra gli adulti e tra questi e i bambini sono quanto di più algido e privo di un senso di umanità vera si possa concepire. Nei personaggi del Medico, del Pastore e del Barone si concretizzano tre modi di esercitare l'autorità e il sopruso (in particolare nei confronti della donna) che forniscono un modello da amare/odiare per i più piccoli. I quali finiscono con l'introiettare la violenza che domina la società, per quanto apparentemente celata dalle convenzioni. Il nastro bianco che il Pastore impone ai figli più grandi dovrebbe simboleggiare la necessità, per loro, di raggiungere una purezza che dovrebbe coincidere con l'acquisita maturità. Di fatto in quel piccolo mondo, in cui solo l'istitutore e la sua timida e consapevole innamorata, sembrano credere nella positività della vita il disprezzo domina. Non passeranno molti anni e quei nastri bianchi si trasformeranno in stelle di Davide. Ad appuntarli sul petto delle nuove vittime saranno proprio quegli ex bambini. Vai alla scheda su Mymovies.it

Nine

Cineteatro Ars

21.00

Un film di Rob Marshall, con: Daniel Day-Lewis, Penelope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman, Judi Dench, Sophia Loren, Kate Hudson, Stacy Ferguson, Sandro Dori, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna, Elio Germano, Roberto Nobile, Valerio Mastandrea, Remo Remotti, Martina Stella, Monica Scattini, Roberto Citran, Andrea Di Stefano, Romina Carancini, Alessandro Denipotti

Un musical che ha l'ambizione di superare i confini geografici, contravvenendo la capacità immaginativa di Fellini
Musical ispirato ad uno dei capolavori più celebri di Fellini, 8½.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariGuido Contini è un regista sull’orlo di una crisi creativa. Diviso tra l’amore carnale di Carla e quello coniugale di Luisa, Guido cerca una storia da raccontare e un sogno da sognare. Incalzato dal suo produttore che vuole girare, dai sensi di colpa e dalle ansie sessuali, il regista abbandona set e conferenze stampa e trova rifugio nella camera di un Grand Hotel, lontano da Roma e dalle responsabilità. Sotto pressione, crolla tra le braccia dell’amante e umilia una volta di troppo la consorte, che lo abbandona al suo film mai iniziato e ai suoi appetiti mai finiti. Disperato, Guido congeda le ‘maestranze’ e si ritira lungo il confine tra fantasia e realtà. Lontano dal set l’uomo si riconcilia con l’artista e con tutte le figure femminili della sua vita. Nine non è il remake dell’Otto e mezzo felliniano, o almeno non lo è esplicitamente. Chiariamo, Nine è la versione cinematografica dell’omonimo musical di Broadway, ispirato all’analisi del sogno e dei sogni di Federico Fellini. Trasposizione teatrale e traduzione su schermo sono allora remake nascosti, ovvero rispettosi del veto imposto da Fellini (era il 1982) e delle leggi sul copyright ma sganciato da eventuali preoccupazioni sulla riconoscibilità di una marca autoriale. Stabilite distanze e relazioni, Rob Marshall gira un musical che ha l’ambizione, assolutamente legittima, di superare i confini geografici avvicinando due realtà diverse per storia e cultura dentro la medesima utopia espressiva. Il prodotto però cade lontano dalle (buone) intenzioni, contravvenendo la capacità immaginativa di Fellini e infilando una messe di citazioni irriverenti e semplificazioni estreme, umori trasgressivi e accenti moralistici. Mantenuta la struttura narrativa, ovvero le relazioni tra gli eventi e i personaggi, e conservata l’epoca storica (gli anni Sessanta), il luogo geografico (l’Italia) e quello d’azione (il Teatro 5 di Cinecittà), sceneggiatori e regista ritoccano fino alla banalizzazione l’impianto ideologico dell’opera felliniana. Nine è allora un perfetto musical di sintesi, una centrifuga di stereotipi sull’Italia, sugli italiani, sul cinema italiano e sulle magiche visualizzazioni del Guido felliniano, ridotto qui a un bohémien da soap opera. Sotto le superfici della banalità glamorous e dietro il pigro snodarsi delle evoluzioni coreografiche, Nine non riesce a rappresentare il sogno di un sogno, com’è nelle prerogative del musical, mancando di quella coerenza interna che fa delle sequenze di danza e canto la naturale proiezione dello stato d’animo dei protagonisti. La trionfante esplosione divistica è “tiranneggiata” da Daniel Day Lewis, che abita i panni e la crisi di un regista nel solito modo prodigioso ma prigioniero della propria esasperata diligenza. Intorno a lui fanno corona consorti, amanti, dive, madri e muse che chiedono forma e identità artistica per accedere al suo palco e al suo cuore. Marion Cotillard, Penélope Cruz, Judi Dench, Kate Hudson, Nicole Kidman e Sophia Loren si applicano con tenacia per salvaguardare la resa spettacolare e generare un’emozione autentica nello spettatore e una nuova creatività vitale nel protagonista. Vale tutto: tacchi, autoreggenti, cabaret bustier e un sussurrato “coochie coochie coochie coo”. Vai alla scheda su Mymovies.it

The Hurt Locker

Skyline Multiplex

21.45

Un film di Kathryn Bigelow, con: Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty, David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly

Un racconto solido, tra coraggio e alienazione, su quell'immmenso contenitore di alibi che è la guerra
Ambientato durante la guerra in Iraq, il film racconta la storia di un'unità speciale antimina che ha il compito di prevenire gli attentati dei kamikaze.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariI 40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una "cassetta del dolore", pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno. A distanza di sei anni da K 19, Kathryn Bigelow torna a parlare di guerra e di dipendenza, al confine –già più volte esplorato tra coraggio e alienazione. Il racconto procede dritto e ansiogeno, come la camminata dell'artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; ci sono i crismi del genere – il soldato che ha paura, le scazzottate alcoliche ma ridotti all'osso; e c'è l'eroe, un Davide che affronta il Golia dell'esplosivo a mani nude, del quale siamo portati a pensare che non abbia più niente da perdere, ma è vero il contrario. La Bigelow si è mossa, negli anni, fuori e dentro da Hollywood, ma a nulla varrà cercare in The Hurt Locker la denuncia estrema di Redacted, la messa in discussione di ciò che guardiamo, (non) sappiamo, permettiamo. L'immagine che la regista restituisce dell'Iraq non è nuova ed è certamente parziale, ma non è questo il punto. Quel che conta è il deserto dell'anima, il buio della guerra che s'avvicina e attira a sé un uomo intelligente (in grado di capire in pochi secondi il nemico che ha di fronte, il tipo di bomba) come il fuoco attira una falena. Gestendo il ritmo in modo straordinario, perché del ritmo (delle onde, del cervello, dell'azione) ha fatto da sempre l'oggetto della sua riflessione cinematografica, Kathryn Bigelow ha girato un film potente, che cede solo in qualche interstizio alla tentazione della spiegazione e del cameo inutili. Affidandosi alle cronache del reporter Mark Boal, ha elaborato e raccontato un danno apparentemente collaterale ma in realtà sostanziale, entrando come mai prima nella questione di genere (il maschile). Chi dice che l'autrice è una donna che fa film da uomini, infatti, non dice tutto. In The Hurt Locker c'è un unico personaggio femminile, che occupa un numero insignificante di fotogrammi e una sola battuta del dialogo, eppure ne intuiamo subito la libertà, compresa la libera scelta di essere fedele ad un uomo che non c'è e non glielo chiede. Lo stesso uomo che ci viene mostrato, al contrario, schiavo del pericolo, dell'emozione forte a tutti i costi, di quell'immenso contenitore di alibi che è la guerra. Perché, per dirla in perfetto stile hollywoodiano, morire è facile, è vivere che è difficile. E questo, impossibile negarlo, è un giudizio chiaro e tondo. Vai alla scheda su Mymovies.it

Soul Kitchen

Anteo

15.00-16.50-18.40-20.35-22.30

Un film di Fatih Akin, con: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan, Lukas Gregorowicz, Dorka Gryllus, Wotan Wilke Möhring, Demir Gökgöl, Zarah Jane McKenzie, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann, Cem Akin, Gustav-Peter Wohler

Una commedia furbissima che mescola buoni sentimenti, alta cucina e musica di prima scelta
Ad Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi.
di Edoardo Becattini

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAd Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. La clientela abituale sono i rozzi abitanti della periferia, interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi: l'ambiziosa e viziata fidanzata Nadine è una giornalista rampante in partenza per la Cina, il fratello Illias un ladruncolo in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia è aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente e un vecchio compagno di scuola, Neumann, è disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno. Un'ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli inibisce l'uso cucina, così che viene assunto un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo uno scetticismo iniziale, trasforma il ristorante in un locale molto in voga capace di offrire buon cibo e musica soul. Fatih Akin è un abile deejay del mondo del cinema, un giovane autore che ha saputo costruire un suo linguaggio melodico a partire da un'antologia di stili della New Hollywood di Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson. Questa eredità del cinema americano moderno, con la quale aveva finora raccontato i margini di una società multiculturale in pieno dissidio, pervade anche nell'atmosfera conviviale e disinvolta di Soul Kitchen. Cimentandosi con una vera commedia edificante, il giovane regista turco tedesco mette da parte il tema del viaggio e delega il percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini, alla musica (come nel documentario Crossing the Bridge) e all'elogio dell'edonismo. Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall'alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all'occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo. Vai alla scheda su Mymovies.it

A Single Man

Eliseo

15.30-17.50-20.30-22.30

Un film di Tom Ford, con: Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Jon Kortajarena, Paulette Lamori, Ryan Simpkins, Ginnifer Goodwin, Teddy Sears, Paul Butler [II], Aaron Sanders, Keri Lynn Pratt, Nicole Steinwedell, Ridge Canipe, Nicholas Beard, Brad Benedict, Jenna Gavigan, Brent Gorski, Adam Gray-Hayward, Marlene Martinez, Paul Butler, Lee Pace, Alicia Carr

Tom Ford debutta con un melodramma impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio
Los Angeles, 1962. George Falconer è un uomo solo, professore inglese di letteratura all’università, che ha perso in un incidente il compagno amato da sedici anni.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLos Angeles, 1962. George Falconer è un uomo solo. Professore inglese di letteratura all'università, George ha perso in un incidente il compagno amato da sedici anni. Incapace di reagire al lutto e all'afflizione, riordina carte, oggetti e sentimenti e decide di togliersi la vita con un colpo di pistola. Proveranno a “ripararlo” e a trattenerlo sul baratro, Charley, una vecchia amica delusa e disillusa, e Kenny, uno studente disponibile e sensibile. Spiegati i missili nucleari a Cuba e puntata l'arma alla tempia, la “crisi” pubblica e privata è destinata a esplodere o a rientrare. Una cravatta, un paio di gemelli, un paio di scarpe, una lettera, due lettere, un vestito regalato e poi indossato, un libro mai chiuso, un disco ascoltato: oggetti scoperti dalla macchina da presa di Tom Ford, abbandonati nelle inquadrature come indizi, tracce, segni, impronte del destino. Quello di un uomo rimasto solo con ciò che resta di ogni storia e di ogni amore, non il corpo di chi li ha vissuti e consumati ma le cose che lo hanno messo in comunione con l'altro da sè. Lo stilista statunitense che ha rilanciato le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent debutta alla regia, impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio. Trasposizione del romanzo omonimo di Christopher Isherwood, A single man è un film di oggetti, colori, spazi, suoni, che funzionano come “luoghi” in cui le vite si incrociano e si separano, in cui il desiderio ha lavorato e continua a lavorare, raccontando dentro un frammento tutte le storie (d'amore) possibili, tutte le storie del mondo. Sospeso dentro l'ultimo giorno di un uomo e dentro la perfezione formale del suo décor, A single man è un mélo intessuto di atti mancati e infiniti (rim)pianti. Fermamente agganciato a un presente che non ha alternative, nel (melo)dramma di Ford la dialettica dei sentimenti resta prigioniera di malinconiche allucinazioni retrò o di fughe in avanti verso un tempo scaduto. Il professore di Colin Firth, portatore di un dolore universale, vive (e muore) nell'attesa del ricongiungimento all'amato. I due amanti sono corpi a distanza destinati a riunirsi in un bacio e dentro una fotografia che riesce a scolpire i colori anche nel buio e nel fuori fuoco. Il lutto è allora lo spirito della scena, espresso in termini di dolore e obbediente all'imperativo melodrammatico della dismisura, degli eccessi e delle ferite. Senza esaurire i contenuti nel glamour di superficie, A single man si sottrae alle polarizzazioni manichee del melodramma, riuscendo emotivamente ancora più insostenibile. La “guerra fredda” che ossessionava gli americani negli anni Sessanta è sgelata e infiammata dalla fotografia di Eduard Grau e dalla musica (addizionale) di Shigeru Umebayashi (In the Mood for Love), sublimi orchestratori di note e luci, ossessionati, come il protagonista, dalla bellezza e dall'armonia perduta. Colin Firth, lubrificato dalle lacrime, è un corpo assediato da un sentimento di resa e agitato da pulsioni di morte, che si rivela parlando e patendo dentro gli abiti di Tom Ford. È l'uomo solo che non rifiuta mai la gioia e neppure la sofferenza. L'attore inglese lascia magnificamente affiorare la verità del personaggio, abbandonando la pesantezza della corporeità e facendosi assolutezza del sentire, offrendosi come frontiera dell'amore e aspettando la morte sazio di vita. Vai alla scheda su Mymovies.it

Welcome

Auditorium Settimo Milanese

21.15

Un film di Philippe Lioret, con: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Ataï, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart, Blandine Pélissier

Storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo che affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili
Per impressionare sua moglie e poterla così riconquistare, Simon, maestro di nuoto in una piscina di Calais, decide di arrischiarsi ad aiutare clandestinamente un giovane rifugiat curdo che ha attraversato la Manica a nuoto.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBilal, giovane curdo, ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l'Inghilterra. Dall'altra parte della Manica lo attende un'adolescente che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Fallito il tentativo di salire clandestinamente su un traghetto, Bilal è deciso ad attraversare la Manica a nuoto. Recatosi presso una piscina comunale incontra Simon, un istruttore di nuoto di mezza età prossimo alla separazione dalla moglie, amata ancora enormemente e in segreto. Colpito dall'ostinazione e dal sentimento del ragazzo, Simon lo allenerà e lo incoraggerà a non cedere mai ai marosi della vita. A sua volta Bilal aprirà nel cuore infranto di Simon una breccia in cui accoglierlo. Ma il mondo fuori è avverso e inospitale e l'uomo dovrà sfidare le delazioni dei vicini di casa e la legge sull'immigrazione che condanna i cittadini troppo umani e “intraprendenti” col prossimo. Premiato dal pubblico a Berlino e campione di incassi in Francia, Welcome è un racconto morale che si interroga sul concetto di alterità e in cui è facile riconoscere i canoni dell'attualità. Polemizzando con la legge sull'immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge sanzioni severe ai residenti colpevoli di cuore con la straniero, Philippe Lioret mette al centro del suo film l'Altro, un corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza una vera possibilità di integrazione. Come aveva già fatto con Tombés du ciel, film d'esordio del 1994, il regista francese riconferma la sua attenzione per la mercificazione delle vite nel complessivo processo di disumanizzazione dell'Europa contemporanea. Welcome, storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo, affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili. La sopraffazione del più debole è analoga a tutte le latitudini, compresa la democratica e “rivoluzionaria” Francia che “ospita” una teoria di convivenze rese difficili dai codici sociali e da paure ingiustificate. La coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, che sono l'humus in cui cresce e prospera l'intolleranza di una comunità verso una minoranza. Il coraggio del singolo, incarnato e interpretato da un intenso e dolente Vincent Lindon, sembra allora essere l'unica speranza contro la violenza delle istituzioni, raccontata non come attrito deflagrante ma come forza di inerzia, attraverso un logorio costante tra i personaggi. Nella livida immobilità di fondo entrano in contatto e dialogano un uomo e un ragazzo, suggerendo un movimento paterno dell'uno verso l'altro e diminuendo “a bracciate” le distanze tra le parti. Il punto di incontro tra Simon e Bilal è rappresentato dall'acqua, elemento primitivo che innesca autentiche dinamiche relazionali e allo stesso tempo attende e accoglie la risoluzione del dramma. Il giovane curdo, in cerca di una patria e di un amore, è per il francese l'annuncio di una possibilità, la possibilità di ogni essere umano di ritrovare se stesso e l'altro. Vai alla scheda su Mymovies.it

Tra le nuvole

Skyline Multiplex

Apollo

17.05-19.25

13.00-15.20-21.30

Un film di Jason Reitman, con: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride, Melanie Lynskey, Amy Morton, Sam Elliott, J. K. Simmons, Zach Galifianakis, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony, Dave Engfer, Steve Eastin, Marvin Young, Lucas MacFadden, Adrienne Lamping, Tamala Jones

Viaggio di piacere con Reitman, ma il cinismo si perde per la strada
Ryan Bingham s'illude di poter muoversi senza legami ma la vita lo strappa alle trasferte aeree per fargli intraprendere ben altro viaggio
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariRyan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l'aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro, agognando il prestigioso club dei dieci milioni di miglia. Ma qualcosa accade, tra un aereo e l'altro. Nathalie, una ragazzina neolaureata ha convinto il suo capo che viaggiare è dispendioso e si può benissimo licenziare in videoconferenza, minacciando di riportare Ryan a terra proprio quando il nostro ha da poco incontrato Alex, una trentenne che pare la sua fotocopia al femminile, così orgogliosamente sola da fargli venir voglia di non esserlo più. Aaron Ekhart persuadeva gli altri, George Clooney persuade se stesso. Si convince che sia possibile vivere senza legami, che i rapporti siano una zavorra, che leggeri si vola più alto. La realtà delle cose, in questo terzo film così come nell'esordio di Reitman, s'inganna con la distrazione. Basta muoversi velocemente, procurarsi un trolley con ruote scorrevoli e saper apprezzare le offerte e i comforts del villaggio aeroportuale. Il film gli dà ragione: è quando si creano delle relazioni che il meccanismo s'inceppa e ci si rende conto che sfrecciare sopra le nuvole è come stare fermi; che il vero viaggio, nella vita, è un altro. Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d'oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s'illude di poter stare da solo ma dovrà arrendersi un giorno, e – giù dallo schermo coronare la favola. Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d'ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili. Eppure, malgrado la naturalezza con cui Clooney indossa i mocassini di Ryan Bingham, malgrado la verità che fa da set alla finzione, c'è qualcosa di troppo scritto e lineare in quest'opera terza rispetto alle precedenti. Il bello di Juno era che era contraddittorio come l'età che raccontava, canticchiava un sentimento profondo senza bisogno di un arrangiamento in tutta regola; Tra le nuvole, al contrario, va spedito come un volo intercontinentale, dice quel che intende dire e non altro, e l'imprevisto all'arrivo fa in qualche modo parte del pacchetto di viaggio. Vai alla scheda su Mymovies.it

L'uomo che verrà

Sanfelicinema

Anteo

21.15

15.10-17.40-20.10-22.30

Un film di Giorgio Diritti, con: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Raffaele Zabban, Greta Zucchi Montanari, Vito, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani

L'eccidio di Monte Sole visto attraverso una collettività di sguardi e una prospettiva di speranza

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell'attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona. L'eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull'identità culturale. Rispetto al lungometraggio d'esordio, L'uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell'esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi soggettive a lunga e media distanza dall'evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c'è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l'idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall'inizio pone l'antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c'è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il mio amico Eric

Auditorium Don Bosco di Bollate

21.00

Un film di Ken Loach, con: Eric Cantona, Steve Evets, John Henshaw, Stephanie Bishop, Lucy-Jo Hudson, Gerard Kearns, Stefan Gumbs, Justin Moorhouse, Des Sharples, Greg Cook, Mick Ferry, Smug Roberts, Cole Williams, Dylan Williams, Matthew McNulty, Laura Ainsworth, Max Beesley, Kelly Bowland, Julie Brown

Un Ken Loach in perfetto equilibrio tra commedia e dramma
Eric sembra aver perso completamente il controllo della sua vita, la moglie lo ha lasciato e i gli amici non riescono ad aiutarlo. Ma il suo mito Eric Cantona, arriva magicamente a dargli tutte le soluzioni.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUn impiegato delle Poste britanniche vede la sua vita andare sempre peggio. Ha lasciato da trent'anni Lily, suo unico e vero amore. Ora vive con i due figliastri lasciatigli da una donna che non c'è e con uno dei quali ha un pessimo rapporto. Eric, che cerca di non ricordare il passato, ha un solo rifugio in cui cercare un po' di consolazione: il tifo per il Manchester e la venerazione per quello che nel passato è stato il suo più grande campione, Eric Cantona. Ora però Eric ha un nuovo e per lui non secondario problema: la figlia che aveva abbandonato ancora in fasce, ma che non ha mai avuto un cattivo rapporto con lui, gli chiede il favore di occuparsi per un'ora al giorno della bambina che ha avuto, in modo da poter completare in pochi mesi gli studi. Sarà però necessario che Eric si faccia consegnare la neonata da Lily che non ha voluto piu' incontrare dal lontano passato. Qualcuno giunge in suo soccorso in modo inatteso e concretamente irreale: il suo idolo: Eric Cantona. Il problema da affrontare non sarà però purtroppo solo questo. Ken Loach ha realizzato il film della sua assoluta maturità. Sinora ci aveva regalato delle opere che restano nella storia del cinema tout court e in quella dell'impegno a favore dei meno favoriti nelle nostre società. Lo stile era rigoroso, partecipe, con qualche inserto comico ma con una dominante drammatica. In questa occasione riesce a realizzare una perfetta osmosi tra la commedia e il dramma. Arriva anche a fare di più gestendo l'apparizione onirica della star Cantona in un equilibrio perfetto tra ironia, astrazione e (perchè no?) commozione. Eric Cantona è una leggenda per il calcio internazionale e per i tifosi del Manchester in particolare. Loach è un appassionato di calcio (straordinaria la replica alla domanda 'impegnata' di una collega in conferenza stampa: "Non vado alle partite per fare dei trattati antropologici ma per vedere la mia squadra vincere") e riesce a rileggere, grazie ancora una volta a una sceneggiatura più che mai calibrata di Paul Laverty, il mito calcistico facendolo interagire con le problematiche del piccolo Eric impiegato alle Poste. Ne nasce una storia d'amore, un film sulla possibile positività dei miti nonchè (ed era l'impresa più difficile di questi tempi) su una solidarietà ancora possibile. Solo lui e pochissimi altri possono riuscire a regalarci una commedia/dramma con happy end in cui realtà e immaginazione si alleano escludendo la retorica. Vai alla scheda su Mymovies.it

La prima cosa bella

Skyline Multiplex

Apollo

17.05-19.25

13.00-15.10-17.30-19.40-21.50

Un film di Paolo Virzì, con: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Paolo Giommarelli, Giorgio Algranti, Riccardo Bianchi, Giacomo Bibiani

Commedia drammatica colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi
La storia di due fratelli, di una mamma eccentrica e scomoda, e dell'amore che li unisce in una Livorno popolare. Dagli anni Settanta ai giorni nostri.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita. È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione. Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce. La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo. La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi. Vai alla scheda su Mymovies.it

Alice in Wonderland

Colosseo

The Space Cinema Odeon

The Space Cinema Cerro Maggiore

Ducale Multisala

Uci Cinemas Certosa

Orfeo

Multiplex Arcadia

The Space Cinema Cerro Maggiore

Uci Cinemas Pioltello

Uci Cinemas Pioltello

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Bicocca

Uci Cinemas Bicocca

Uci Cinemas Certosa

Skyline Multiplex

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Le Giraffe Multiplex

Le Giraffe Multiplex

Arcobaleno Filmcenter

Plinius Multisala

Le Giraffe Multiplex

Uci Cinemas Milanofiori

Cristallo

The Space Cinema Cerro Maggiore

Arcadia Multiplex

Arcadia Multiplex

Uci Cinemas Milanofiori

Skyline Multiplex

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18.00-21.00

Un film di Tim Burton, con: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway, Stephen Fry, Christopher Lee, Michael Sheen, Alan Rickman, Matt Lucas, Timothy Spall, Barbara Windsor, Leo Bill, Paul Whitehouse, Eleanor Gecks, Lucy Davenport, Jessica Oyelowo, Amy Bailey, Arick Salmea, John Surman, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Annalise Basso, Jemma Powell, Frances de la Tour, John Hopkins, Austin James Wolff, Tim Pigott Smith, Geraldine James, Lindsay Duncan, Michael Gough, Noah Taylor

Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo
Nel sequel del famoso classico di Lewis Carroll, Alice tornerà nel Paese delle Meraviglie per aiutare i suoi abitanti in rivolt. Ma c'è un problema, non si ricorda della sua passata visita.
di Gabriele Niola

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca. La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere. Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo. E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti. Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme. Vai alla scheda su Mymovies.it

Amabili resti

Uci Cinemas Bicocca

19:45

Un film di Peter Jackson, con: Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, James Michael Imperioli, Saoirse Ronan, Jake Abel, Amanda Michalka, Thomas McCarthy, Reece Ritchie, Nikki SooHoo, Rose McIver, Zachary Gordon, Anna George, Robyn Malcolm, Stink Fisher, Andrew James Allen, Carolyn Dando, Charlie Saxton, Christian Thomas Ashdale, Michael Imperioli, Stefania Owen, Bravo, Evelyn Lennon, Tina Graham, Steven Moreti, John Jezior, Seth F. Miller

Peter Jackson "fa a pezzi" il romanzo della Sebold e si dimostra vittima di un complesso della serialità

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariA Norristown, in Pennsylvania, fra villette a schiera e campi di granturco, vive la famiglia Salmon. Susie, la primogenita, è un'adolescente qualunque, appassionata di fotografia e innamorata del compagno di scuola Ray Singh. Il 6 dicembre 1973, dopo aver avuto il suo primo incontro romantico con lui, Susie viene fermata sulla strada di casa dal vicino, il signor Harvey, tranquillo ometto di mezza età con la passione per le case di bambola. Dopo averla fatta entrare in un piccolo rifugio sotterraneo da lui stesso costruito, Harvey la violenta e la uccide brutalmente. Lo spirito di Susie si trova così a muoversi fra la terra e il cielo in una sorta di limbo fatto di ricordi e di fantasie, da dove può vedere e patire per quel che succede ai suoi cari e al suo omicida nel mondo mortale. In una delle prime scene di Amabili resti, quelle in cui racconta i suoi ultimi giorni in vita, Susie riceve per il suo quattordicesimo compleanno una macchina fotografica compatta e venticinque rullini di pellicola 110 che esaurisce nel giro di pochi giorni. Di fronte ai genitori, che le rimproverano di aver sprecato tutte le fotografie disponibili, la giovane adolescente si giustifica dicendo "in questa famiglia, la creatività è vista come un ostacolo". Le stesse parole con le quali potrebbe difendersi Peter Jackson dalle accuse di chi gli rinfaccia di aver perso la sintetica fluidità dei primi film in favore di un cinema espanso nella durata e nella sovrabbondanza di piste narrative. Ma appellarsi al principio di creatività per legittimare il progressivo allontanamento da quell'inventiva artigianale e anarchica con cui un tempo si crogiolava nel trash più arguto (Bad Taste, Splatters) o in raffinate biografie immaginifiche o immaginate (Creature del cielo, Forgotten Silver), non sempre regge. Il signore degli anelli aveva richiesto ben tre film e dieci ore di pellicola, giustificabili nell'approccio filologico alla materia del romanzo tripartito di Tolkien. La sua versione di King Kong conteneva praticamente tre diversi film in un unico corpo (la Grande depressione, l'avventura a Skull Island, l'arrivo della Bestia a New York). Con Amabili resti, Jackson decide di ricostruire linearmente il flusso di coscienza atemporale dell'io narrante del romanzo di Alice Sebold, per poi scomporlo in numerosi percorsi, in soggetti diversi e in una narrazione episodica, frammentata. Ad ognuno dei personaggi spetta una personale scena chiave, un momento di gloria diegetica (la caduta nella depressione e nella paranoia del padre Mark Wahlberg, la fuga spirituale della madre Rachel Weisz, i siparietti comici della nonna degenere Susan Sarandon, la metempsicosi in stile Ghost dei due compagni di scuola), senza tuttavia mai raggiunge un livello di profondità psicologica o emotiva tale da giustificarne la presenza. Questa dispersione della focalizzazione, per di più, toglie spazio alla dimensione interna della protagonista e alla costruzione di un senso che riguarda il percorso collettivo di formazione, l'elaborazione e l'accettazione sia personale che familiare del lutto. Alla sventurata Susie tocca invece attraversare tutti i cliché della cultura new age sull'universo post mortem, dal paesaggio edenico dai colori ipersaturi fino alle più triviali figurazioni dei desideri e dei simboli psicanalitici, passando per l'abusata versione dream pop di Song to the Siren dei Cocteau Twins. Vittima della serializzazione cinematografica da lui stesso inaugurata, Peter Jackson risveglia attenzione e emozioni solo in presenza di Stanley Tucci, (stra)ordinario psycho killer di provincia dalla frenesia assassina tenuta nascosta sotto ad un parrucchino biondo, due occhi glaciali e una mascella allargata. Nel costruire la presenza del signor Harvey, anche la regia di Jackson trae nuovo istinto e ispirazione, aggiornando Hitchcock ai tempi delle nuove microcamere digitali e regalando gli amabili resti di un film fatto a pezzi, che vive di molte sensazioni ma di scarsa sensibilità. Vai alla scheda su Mymovies.it

An Education

Mexico

13.00-15.20-17.40-20.00-21.50

Un film di Lone Scherfig, con: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker

About a Girl. Nick Hornby dalla parte delle ragazze in un piccolo racconto di vita
Nell'Inghilterra degli anni '60 una giovane adolescente intelligente e studiosa entra in crisi di identità quando si innamora di un ragazzo molto più maturo di lei.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari1961, sobborgo di Twickenham, Londra. Jenny ha sedici anni e studia con passione per farsi ammettere a Oxford. Al di là di questa meta, sulla quale suo padre vigila con insistenza, conduce una vita grigia come la divisa della scuola, almeno fino a quando l'incontro fortuito col trentenne David non gliene mette di fronte una luccicante come un tubino di paillettes. David conquista la fiducia del padre e porta Jenny là dove non avrebbe mai creduto di arrivare: nei jazz club, alle aste di opere d'arte, perfino a Parigi. L'università sembra non essere più così importante; eppure ci sono tante cose che Jenny ancora non sa, soprattutto a proposito di David. Nick Hornby si sperimenta per la prima volta come sceneggiatore adattando il breve memoriale della giornalista inglese Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Dirige la danese Lone Scherfig, la quale, proprio in quanto straniera, pone un'attenzione meritevole alla ricostruzione culturale del periodo. Hornby suggerisce probabilmente anche le musiche, da appassionato pop listener quale è. Il risultato è un film di ingredienti molto saporiti che corre nella prima parte e fa marcia indietro nella seconda. Mentre Jenny cambia look, sotto il nostro sguardo e quello soddisfatto di David, il nostro sguardo su David cambia insieme a quello di Jenny, si offusca, non senza dispiacere, non senza aumentata curiosità. È in questa dinamica che sceneggiatore e regista danno il meglio evitando di fare di Jenny una vittima tout court (“hai visto le dirà l'amico di David e non hai detto niente”) e siringando nel personaggio del seduttore una fiala di dolore, quasi lui stesso si fosse illuso davvero, con Jenny e con noi. I due protagonisti, Carey Mulligan e Peter Sarsgaard sono perfetti nel difetto: lei con i suoi ventiquattro anni che traspaiono dal contorno degli occhi e raccontano da soli prima la voglia di Jenny di anticipare il proprio futuro e poi il peso di averlo fatto, lui con quegli abiti eleganti e un po' da artista, su un corpo da giovanottone appesantito. Entrambi fuori tempo, personaggi da “prima della rivoluzione”, come lo è la periferia inglese qualche anno prima che “tutti facciano l'amore a Londra” (per storpiare il titolo di un documentario sulla Swinging London). Ad un certo punto del film il respiro è ampissimo: tutto può succedere; poi le porte si chiudono, si rientra. Non è un grande romanzo di formazione, è un piccolo racconto di vita e sta comodo nella dimensione che si è dato. Vai alla scheda su Mymovies.it

L'uomo nero

Fellini

Troisi

Ariston

21.15

16.00-21.15

16.00-21.15

Un film di Sergio Rubini, con: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido Giaquinto, Anna Falchi, Margherita Buy, Maurizio Micheli, Vittorio Ciorcalo, Mario Maranzana, Mariolina De Fano, Gianpiero Alicchio, Vito Signorile

Sergio Rubini ritorna al privato e al riesame del proprio passato
Gabriele Rossetti, torna in Puglia, nel suo paese natale, per la morte del padre. La notte passata nella sua vecchia casa d'infanzia lo riporta indietro nel tempo, a quando era una bambino negli anni '60.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariGabriele Rossetti va a sud, torna al suo paese e al padre ricoverato in un ospedale di provincia. Al capezzale dell'uomo, Gabriele ripensa alla sua infanzia e alla sua relazione col genitore, capostazione ossessionato dall'arte e da Cézanne. Figlio unico di Ernesto e Franca Rossetti, insegnante e casalinga amorevole, Gabriele cresce osservando le manie degli adulti: le infatuazioni corrisposte di zio Pinuccio, le tele rifatte del padre, le conversazioni coi cari defunti della madre. Impressionato da un misterioso uomo nero e affascinato dal fascino impenitente dello zio, Gabriele vive la sua fanciullezza e subisce la frustrazione artistica del padre, ispirata dal pittore impressionista e umiliata da un critico d'arte locale e trombone. In viaggio lungo i binari della vita e del tempo procederà per agnizioni, riconoscendo padre e uomo nero per quello che sono e non per quello che fino ad allora aveva creduto che fossero. Non è la prima volta e certamente non sarà nemmeno l'ultima che il cinema di Sergio Rubini va a sud, procedendo verso "la terra" d'origine e un riesame del proprio passato. La ricognizione delle proprie radici comincia con il viaggio picaresco di una sposa e procede con Tutto l'amore che c'è, affollato di ricordi ed elementi autobiografici e primo di cinque film (L'uomo nero compreso) in cui Rubini racconta il proprio Sud e la relazione che quello spazio della memoria intrattiene col Nord. Allo stesso modo dell'Amore ritorna (riflessione sulla professione dell'attore e del regista) la camera di un ospedale, in cui si consuma la vita e la degenza del padre di Rubini, diventa osservatorio privilegiato del figlio di Gifuni, diventato uomo da un'altra parte. La Puglia dell'Uomo nero parla ancora di uno strappo, di una ferita, delle ragioni, giuste o sbagliate che siano, di un distacco. Il flashback, attivato dai ricordi di Gabriele, doppio del Bentivoglio emigrante della Terra, introduce la sua infanzia tribolata dentro uno spazio geografico impressionato da magia e fatalismo e all'ombra di un uomo nero dispensatore di caramelle e di un padre in credito con la vita. Il viaggio a ritroso di Gabriele chiarisce al figlio la verità sul padre e su un segreto mai rivelato. Al figlio, rivendicato dalla malattia del genitore, non rimane che tornare indietro e rimuovere abbagli e fraintendimenti, rendendo di nuovo possibile e corrente l'amore. Archiviato l'art thriller sui mercanti del bello e la corruttibilità dell'anima umana (Colpo d'occhio), il cinema di Rubini ritrova la vocazione antropologica e il cuore della Terra, replicando una volta di troppo la retorica delle radici e il ritorno al privato. Vai alla scheda su Mymovies.it

Segreti di famiglia

Marconi

15.30 - 21.15

Un film di Francis Ford Coppola, con: Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdú, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura, Rodrigo De la Serna, Leticia Bredice, Mike Amigorena, Sofía Castiglione, Francesca De Sapio, Adriana Mastrángelo, Silvia Pérez, Erica Rivas

Francis Ford Coppola rivisita il suo cinema in un film fortemente personale
Il giovane e ingenuo diciassettenne Bennie va a Buenos Aires per cercare il fratello maggiore scomparso da una decina d'anni.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBenjamin, che sta per compiere 18 anni, va a cercare a Buenos Aires il fratello Angelo (che tutti conoscono come Tetro dall'abbreviazione del cognome). Tetro ha rotto da tempo i ponti con la famiglia e in particolare con il padre Carlo (musicista di fama mondiale) e ora vive con Miranda facendo il tecnico delle luci in un teatrino locale e scrivendo testi che non piacciono ad Alone, la più importante e potente critica letteraria del Paese. L'incontro tra i due è conflittuale: Tetro non vuole davvero più avere rapporti con i familiari anche se in passato, nel momento in cui era fuggito dalla casa paterna, aveva lasciato una lettera a Benjamin in cui prometteva di tornare per portarlo via con sé e proteggerlo. Francis Ford Coppola realizza il terzo lunngometraggio completamente suo (nel senso che ne ha scritto anche soggetto e sceneggiatura) dopo The Rain People e La conversazione. Si percepisce sin dalla prima inquadratura in uno splendido bianco e nero (il dettaglio del volto di Tetro che osserva una falena che sbatte ripetutamente contro una lampadina) che in questo film c'è la voglia da parte del regista di guardare dentro se stesso e la propria vita. È quello che fa quasi con spudoratezza offrendoci anche una sintesi del suo modo di concepire il cinema. Sul piano personale questa vicenda, in cui i legami familiari finiscono con il rivelarsi più forti di qualsiasi tentativo di alienarli, non manca di riferimenti diretti alla vita del regista. Padre e zio musicisti come nel film, famiglia sempre al seguito ovunque e, sicuramente, la sua stessa figura di padre/padrone dominante. Non è forse un caso se la figlia Sofia ha esordito come regista con Il giardino delle vergini suicide in cui i rapporti tra genitori e figlie non erano certo tra i migliori. In proposito Coppola ha dichiarato che nulla di ciò che si vede in Tetro è successo ma che però è tutto vero. Ma ciò che ancor più conta è il modo in cui Coppola dichiara il suo amore per un cinema che ha alle proprie radici il melodramma classico. Ce lo aveva già mostrato ne Il Padrino. Parte terza e ce lo ricorda ora con una vicenda in cui il colpo di scena è sempre in agguato e la musica classica gioca un ruolo non indifferente. Ma ci sono anche i ragazzi di Rumbe Fish in Tetro con la loro adolescenza tormentata (non a caso Il regista aveva pensato a Matt Dillon come protagonista anche se poi la scelta di Vincent Gallo qui si rivela vincente). C'è un padre che vampirizza il figlio come neanche Dracula avrebbe saputo fare. C'è la lettura in filigrana della scrittura come terapia (e cosa ha fatto in questo caso Coppola se non anche scrivere il film?). E c'è una situazione quasi speculare a quella vissuta dal protagonista di La conversazione. Così come in quel caso l'intercettatore diveniva preda del suo stesso spiare così qui Benjamin, decodificando i manoscritti di Tetro, ne porta alla luce il rimosso ma, al contempo, rischia di finire egli stesso preda di una realtà troppo pesante per poter essere sostenuta. In chiusura un suggerimento che ogni tanto si rivela necessario: cercate di non farvi raccontare lo snodo della vicenda. Finireste col guardare la falena dalla parte sbagliata. Vai alla scheda su Mymovies.it

Dieci inverni

Nuovo Giglio

21.00

Un film di Valerio Mieli, con: Isabella Ragonese, Michele Riondino, Liuba Zaizeva, Glen Blackall, Sergei Zhigunov, Sergei Nikonenko, Alice Torriani, Vinicio Capossela, Glen Blackhall, Sara Lazzaro, Francesco Brandi, Luca Avagliano, Francesca Cuttica, Roberto Nobile, Luis Molteni

Un giovane esordio dal carattere maturo

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariPrimo inverno. 1999. Camilla lascia il paese d'origine e si trasferisce a Venezia per frequentare l'università. Sul vaporetto incontra Silvestro: il sorriso chiaro, le idee molto meno. Un po' per fato e un po' per intenzione, il ragazzo perde l'ultima corsa della sera e passa la notte insieme a lei. È l'inizio di un amore che chiederà dieci anni per riconoscersi come tale. In mezzo scorrono l'amicizia, la paura, il dubbio, le impennate di orgoglio, l'incredulità. Per Valerio Mieli, Dieci Inverni è il film del diploma, un rito e un momento di passaggio, un po' come quello dei suoi personaggi, che nel corso del film traghettano (è il caso di dirlo) dalla maturità della convenzione i diciotto anni a quella dell'esperienza. È proprio nella vicinanza del regista ai suoi attori, nell'affetto che nutre per loro e che scalda queste inquadrature di ambientazione rigorosamente invernale, che sta il cuore del film, la sua accattivante tenerezza. Gli fa da corpo, attorno, una buona scrittura, in grado di riempire di sostanza i dieci quadri del racconto, di modo che non appaiano mai pretestuosi bensì vari come è varia la vita, senza cercare la stravaganza a tutti i costi, e brillanti nei dialoghi, ispirati allo stesso criterio di naturalezza. Un esordio maturo, che bilancia la frammentazione strutturale della narrazione con un lucido sguardo d'insieme, per cui nell'immagine iniziale di una ragazza che porta una lunga lampada e di un ragazzo con in mano una buffa pianta c'è già un'idea di condivisione inevitabile, di nido da costruire, pezzo per pezzo, coi tempi che la sorte vorrà. Gli interpreti, Michele Riondino e Isabella Ragonese, corrispondono nel migliore dei modi ai personaggi sulla carta: più libero e contraddittorio lui, che si nasconde a lungo persino a se stesso, come a contenere un poco della formazione di Riondino, fatta di seminari sul mimo e sulla maschera, e più impegnata ed esigente con se stessa lei, che ha studiato con i nomi del teatro europeo, Emma Dante e Enrique Vargas, e che il film sottopone all'inverno più rigido, quello della lontana Russia e non solo. Un film nel quale le ingenuità non sono sinonimi di superficialità e non è la volontà di stupire che muove le cose (l'idea ricorda, tra gli altri, Un amore di Tavarelli, pur su altri toni), ma stupisce piacevolmente la cura posta al racconto, nelle accezioni di buona fattura e di affettuosa dedizione. Vai alla scheda su Mymovies.it

Gli abbracci spezzati

Nuovo di Novate Milanese

21.00

Un film di Pedro Almodóvar, con: Penelope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Marta Aledo, Agustin Almodóvar, Enrique Aparicio, Yuyi Beringola, Javier Coll, Juan Bautista Cucarella, Sabine Daigeler, Sergio Díaz, Lola Dueñas

Un magistrale omaggio al cinema classico che cancellando la passione conserva la qualità
Un uomo scrive, vive e ama nel buio. È stato la vittima di un brutale aincidente d'auto 14 anni prima a Lanzarote. Non solo ha perso la vista ma anche la donna della sua vita, Lena.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariMateo Blanco è stato un regista. Oggi non lo è più. È un non vedente che ha deciso di tagliare i ponti con il passato cambiando anche nome. Ora firma romanzi, soggetti e sceneggiature con lo pseudonimo Harry Caine. È ancora un uomo affascinante che ha deciso di prendere dalla vita quello che gli può ancora dare ma, al contempo, che sa di avere un grande bisogno dell'assistenza della produttrice Judit e di suo figlio Diego. La donna conosce perfettamente il tragico triangolo che ha visto coinvolto Mateo, il ricco Ernesto Martel e l'affascinante Lena. Harry deciderà di narrarlo anche a Diego. Pedro Almodóvar può essere definito il Giano Bifronte del cinema contemporaneo. Come l'antica divinità ha uno sguardo che si volge al passato e uno indirizzato al presente e al futuro. Alternativamente, e secondo modalità che verrebbe da definire programmatiche, ce ne presenta ora l'uno ora l'altro. Se in Volver l'occhio era rivolto a un presente di passioni e di sentimenti che si volgevano verso un passato individuale che ne innervava l'essenza, in Gli abbracci spezzati lo sguardo è rivolto rigorosamente all'indietro, verso il cinema e il piacere della costruzione narrativa tanto inattaccabile quando fredda. Tutto è magistrale nel suo cinema e quindi anche qui. La cecità come condizione esistenziale in cui l'immagine si fa ricordo, il cinema classico che finisce con l'ispirare addirittura il titolo del film (la sequenza del ritrovamento dei due cadaveri colti abbracciati dalla lava in Viaggio in Italia di Rossellini vista dai due protagonisti in un momento di distesa intimità), il cinema che narra il farsi del cinema nello stesso momento in cui mette in gioco un artificio narrativo tanto palese da dover essere denunciato («Questo è un fatto che succede solo nei film»). Tutto ciò e molto altro è presente nel film del regista mancheco che sfoggia come sempre rigore stilistico e cinefilico. Onore al merito. Ma la sua grandezza si esalta maggiormente quando, sulle orme del suo conterraneo letterario, combatte, vincendo, con i mulini a vento che agitano il cuore dell'essere umano. Vai alla scheda su Mymovies.it

Brothers

Rondinella

21.00

Un film di Jim Sheridan, con: Natalie Portman, Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal, Bailee Madison, Taylor Geare, Patrick Flueger, Sam Shepard, Mare Winningham, Clifton Collins Jr., Josh Berry, Carey Mulligan, Jenny Wade

Melodramma del reinserimento ispirato al film danese di Susanne Bier Non desiderare la donna d’altri
Dopo la presunta morte di Michael, il fratello Jannick e la moglie Sarah, scoprono tra loro dei sentimenti diversi dall'odio. Ma Michael torna con un trauma causato dalla sua prigionia.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariSam Cahill è un ufficiale in partenza per la sua quarta missione in Afghanistan. Posato e responsabile, è sposato con Grace, ex cheerleader del liceo, ed è padre di due adorabili bambine. Campione nella vita ed eroe in guerra, Sam è il figlio prediletto di Hank, padre suscettibile e veterano del Vietnam legato in seconde nozze con Elsie. I rancori e le frustrazioni del padre ricadono immancabilmente su Tommy, figlio minore e trascurato che ha dissipato il suo potenziale nei boccali di birra e nelle celle delle prigioni. La presunta morte di Sam al fronte costringe Tommy a rivedere e organizzare la sua vita. Deciso a prendersi cura di Grace e delle nipotine, finirà per innamorarsi di lei e per desiderare di appartenere finalmente a qualcuno. Il ritorno improvviso di Sam, sopravvissuto a un incidente e alla prigionia, sconvolgerà gli equilibri familiari costringendo i due fratelli a un confronto diretto. “Traduzione” americana del film danese di Susanne Bier (Non desiderare la donna d'altri), Brothers ricalca il dramma scandinavo e lo rilancia, concentrandosi sulla lacerazione degli affetti e delle emozioni determinate dalla guerra nel tessuto sociale e comunitario americano. Il film di Jim Sheridan contribuisce a rinnovare un sottogenere, il melodramma del reinserimento, costruendo il racconto sul ritorno a casa di un reduce. Ispirato da illustri precedenti, da I migliori anni della nostra vita a C'è sempre un domani, dal Cacciatore a Nato il quattro luglio, Brothers riversa l'esperienza bellica in una struttura di genere riconoscibile come il melodramma. A Tobey Maguire, dolorosamente credibile e allucinato, spetta il ruolo del fratello maggiore e del reduce squilibrato a un passo dal suicidio. Il trauma subito durante la prigionia e le torture inflitte dai talebani scatenano nel capitano Cahill psicosi illogiche, l'uomo è ossessionato dal tradimento mai consumato della moglie e del fratello minore, che finiranno per alterare, fino a comprometterlo, l'equilibrio domestico. Dopo l'undici settembre tra fronte e patria pare non esserci più un confine e così Sheridan esporta nel mondo civile le esperienze e l'orrore della guerra, combinandole con la meccanica dell'amore, con la fisicità inesprimibile, con gli ingranaggi legati alla sua impossibilità e alla sua irrealizzabilità. Jake Gyllenhaal è il fratello rimasto, quello mai partito e quello “innamorato” della moglie e della vita di un soldato precipitato da un Black Hawk e (ab)battuto dalla logica della guerra e dalla sua fredda follia. Separato da un prima (l'età dell'innocenza) e un dopo (la perdita dell'innocenza) Brothers, come i personaggi di Gyllenhaal e della Portman, si fa carico dello stato confusionale del reduce, preparato per uccidere in guerra e impreparato alla pacifica vita civile. L'introverso homecoming di Sheridan si interrompe dentro un abbraccio che ha lo scopo di restituire l'eroe alla società e alla propria consorte, contro la Legge del Padre: il reduce del Vietnam di Sam Shepard. Prossimo a quello di Tommy Lee Jones, il genitore di Shepard si affaccerà sulla valle di Elah e prenderà coscienza della sciaguratezza politica del proprio Paese e dei disordini della personalità inflitti ai propri figli. Maguire, Gyllenhaal e Portman, nonostante l'influenza del fuori e l'invadenza di un mondo del quale vorrebbero fare a meno, sono i corpi in cui l'amore si riflette, si esplica e si mette in crisi. Vai alla scheda su Mymovies.it

Gli amici del Bar Margherita

Galleria

21.00

Un film di Pupi Avati, con: Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Fabio De Luigi, Gianni Cavina, Neri Marcorè, Katia Ricciarelli, Luisa Ranieri, Pierpaolo Zizzi, Gianni Ippoliti, Claudio Botosso, Niki Giustini

Avati si ricorda, senza indulgenza, con un sorriso
La Bologna degli anni '50 vista con gli occhi di un ragazzo di diciotto anni.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariÈ il 1954. Sotto i portici di Bologna, il diciottenne Taddeo vive con la mamma e il nonno e sogna di poter diventare un frequentatore del Bar Margherita. Si procura una macchina e un po' di fortuna e ottiene il soprannome di “Coso” e il ruolo di autista di Al, nelle sue visite notturne al night club Esedra e poi ad un piatto di lasagne alla stazione. È così che conosce Bep, che non si toglie mai i guanti da guida perché il padre gli ha promesso una porsche, Gian, che ha ricevuto una lettera d'invito dal Festival di Sanremo, Manuelo che commercia in auto rubate e spoglia le donne con gli occhi, e Zanchi, Sarti, Pus e Mentos. Pupi Avati lascia la tetra via San Vitale del Papà di Giovanna e si sposta, lungo i portici che tutto collegano, nella via Saragozza dei ricordi adolescenziali, andandosi a nascondere dietro alla figurina del narratore, ometto alle prime armi, privo di una figura paterna, che trova nella fauna del bar una curiosa definizione delle priorità della vita. Se in Festa di Laurea era un bacio dato per caso a cambiare a cambiare la vita di un uomo, oggi sono una bottiglia di cognac bevuta tutta d'un sorso, una maestra di piano ingaggiata a novant'anni, la promessa di un'entreneuse. Cose dell'ordine dell'illusione smaccata, a cui i personaggi avatiani aderiscono incondizionatamente, ma forse non incoscientemente. L'amarcord del Bar Margherita procede con passo episodico, con l'andamento dell'aneddoto, tenuto insieme dal dispiegarsi di due storie maggiori che corrispondono a due scherzi atroci, di quelli che solo la società dei maschi può perpetrare e solo nella società dei maschi si possono rimarginare, se non guarire. Epicentro del racconto corale è ancora una volta una festina, un compleanno in casa, sequenza che vale il film e che irradia di cinico umorismo il resto, spingendoci a perdonare un intro leggermente sornione e un fastidiosissimo ralenti finale. Abbandonata l'idea di voler infilare la Storia nel proprio cinema, Avati torna a collocare il cinema nella storia, con esiti ben più originali e riusciti. Nelle figure del cineoperatore che insegue tutto e tutti e in quella del fotografo delle grandi occasioni, c'è un'idea di cinema al lavoro ma anche di mestiere del cinema, di artigianato, che non vuol dire tanto o soltanto nostalgia, ma soprattutto esperimento empirico, confusione della vita col gioco, adesione all'illusione, appunto. Aggiungendo il movimento e il sonoro alla fotografia, il cinema permette di fare molto di più che conservare un ricordo, permette di travisarlo e cioè, letteralmente, di trasformare il suo volto. Così, al posto delle facce dei protagonisti della vita, Avati schiera i suoi attori feticcio, Cavina, Marcorè, Abatantuono, e chiede a De Luigi e Lo Cascio di sorprenderlo, facendosi obbedire. Tutt'altro che stanco, il film ha lo spirito dell'età in cui il passato –la guerra doveva rimanere passato e si guardava avanti, agli occhiali K: una nuova fantasiosa e ingannevole promessa da entreneuse. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il giardino di limoni

San Giuseppe di Bresso

21.00

Un film di Eran Riklis, con: Hiam Abbass, Ali Suliman, Doron Tavory, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon, Linon Banares, Jamil Khoury, Makram Khoury, Yair Lapid, Loai Nofi, Ayelet Robinson, Michael Warshaviak, Einat Saruf

Il conflitto tra Israele e Palestina visto con gli occhi di una donna coraggiosa che non rinuncia alla sua terra
Una donna è disposta a sacrificare la vita per il giardino di limoni che per anni ha coltivato assieme al padre.
di Nicoletta Dose

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariI vicini di casa possono essere molto invadenti. Quando poi si tratta del Ministro della Difesa israeliano, non parliamone. Salma è palestinese, vive da sola in Cisgiordania nella casa di sempre, ha un figlio in America e un marito in Paradiso. La sua unica preoccupazione è la cura del giardino di limoni che ha ereditato dalla famiglia, delizia per il sostentamento ma croce per il nuovo vicino di casa, il ministro Navon, che vede negli alberi di Salma, un ottimo nascondiglio per progettare attacchi terroristici. Gli alberi vanno abbattuti ma Salma non vuole rinunciare ai suoi limoni e, con l'aiuto del giovane avvocato Ziad e il sostegno a distanza di Mira, la moglie del ministro, inizierà una battaglia legale senza fine. Dopo aver affrontato il dramma del conflitto tra Israele e Siria nel precedente La sposa siriana, Riklis ritorna sullo stesso tema ma cambia il punto di vista. Se prima era il matrimonio, simbolo di unione pacifica per eccellenza, a portare con sé le conseguenze tragiche di una guerra in corso, ora sceglie una discordia tra vicini di casa. E quando si vive in Cisgiordana, a due passi dal confine israeliano, non è mai solo una bega condominiale. Qui lo sguardo delle due donne antagoniste, una israeliana e l'altra palestinese, sorregge il peso della Storia: Salma è una donna umile, legata radicalmente al fluire della natura, che la rincuora dandole il frutto della sua pazienza e del suo amore e Mira ha abitudini occidentali, è molto curata e, come spesso accade alle mogli dei politici, si occupa di organizzare lussuose feste di ricevimento. I limoni di Salma fanno parte della sua persona, vivono nel ricordo dei genitori e del marito defunto. Nella lettera del ministro, inviata per “suggerirle” di sradicare gli alberi, è racchiusa la diversità tra i due contendenti: l'avviso è scritto in ebraico e Salma non sa leggerlo. I caratteri grafici di una lingua che la donna non parla e non sa decifrare, sono metafora di una mentalità molto diversa dalla sua. Quelle lettere che lei non sa comprendere sono il codice da interpretare per confrontarsi con l'Altro, con il persecutore; per arrivare a un compromesso pur sapendo benissimo che, per onorare se stessa e le sue origini, non dovrà cedere ad alcun tipo di risarcimento. Se il giardino di limoni non esistesse più, scomparirebbe anche lei. Oltre il recinto che separa Salma, territorialmente e umanamente, dalla villa di Navon, Mira, da un punto privilegiato d'osservazione, la guarda e ne scruta i movimenti. Entrambe soffrono, tutte e due si scoprono più simili di quello che l'apparenza sembrerebbe dettare. A farle sentire vicine è un sorriso, una complicità che non ha ancora nome, una mesta solidarietà che, se trovasse lo spazio per esprimersi, o avesse forza sufficiente, umilierebbe facilmente la stoltezza della politica. Una lezione umana che il film sottolinea in ogni passaggio narrativo, con lunghi primi piani sugli sguardi delle due donne, andando a creare un filo invisibile che unisce i destini di entrambe. La costruzione del muro di Israele, il recinto del giardino di limoni, il coprifuoco che blocca la strada sono le immagini di una sceneggiatura ostinata che vuole togliere le barriere, fisiche e spirituali, di un conflitto senza fine. Il regista mostra i limiti da superare, presenta i personaggi nella loro temeraria avanzata verso una pace impossibile. Ma nella lunga messa in scena delle due parti in lotta, la narrazione si irrigidisce un po' in uno schematismo che fatica a trovare soluzioni: i personaggi si muovono ma rimangono fermi, non c'è mai un avvicinamento concreto e ogni passo fatto in avanti corrisponde a uno scalino verso un nuovo distacco. Anche l'affetto dell'avvocato difensore è un'altalena che gira a vuoto. La natura, nel frattempo, fa il suo corso, i limoni, senza il nutrimento dell'acqua, cominciano a cadere a terra per non risollevarsi più. Come Salma, vittima di un potere troppo forte che, togliendole le radici, la fa scomparire lentamente, senza darle aiuti per rialzarsi. Vai alla scheda su Mymovies.it

Motel Woodstock

Pax

21.15

Un film di Ang Lee, con: Demetri Martin, Dan Fogler, Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy, Jeffrey Dean Morgan, Imelda Staunton, Paul Dano, Kelli Garner, Mamie Gummer, Emile Hirsch, Liev Schreiber

La vitale epopea di Woodstock riletta da un punto di vista inusuale e nostalgico

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariElliot Theichberg lavora come arredatore al Greenwich Village ed è impegnato sul fronte del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Ha però un grosso problema perchè i suoi genitori Jake e Sonia (due ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est) stanno per perdere, a causa dei debiti, il decrepito motel che gestiscono a Catskill. Le soluzioni non sembrano a portata di mano fino a quando giunge la notizia che gli organizzatori di un'importante manifestazione musicale si sono visti ritirare l'autorizzazione dalla municipalità di Wallkill. Elliot telefona, offre il motel come base e presenta il vicino proprietario di un terreno di 600 acri. I ‘mitici' 3 giorni di Pace e Musica stanno per realizzarsi. Ci sono film d'occasione che tali sono e tali rimangono. Si sfrutta cioè l'opportunità di un anniversario per tuffarsi nella rievocazione nostalgica o illustrativa di un evento. Ricorrendo i quarant'anni da quando ebbe luogo l'epocale concerto di Woodstock si poteva pensare che un Ang Lee in surplace avesse accettato di fare un film quasi su commissione. Non è affatto così. Quasi fosse tornato alle sue origini conosciute in Occidente (ricordate Banchetto di nozze?) il regista coglie l'occasione per rileggere da un punto di vista inusuale l'epopea di Woodstock non rinunciando a uno sguardo critico, anche se sorridente, nei confronti dell'istituzione familiare. Woodstock ha rappresentato per lui gli ultimi momenti di innocenza di una civiltà che metteva piede sulla Luna ma stava affontando un futuro carico di incognite. Il raccontare il grande evento collettivo dal punto di vista di Elliot Tiber vuol dire scegliere lo sguardo di colui che ci vide un'opportunità personale ancor prima di rendersi conto del valore che quei tre giorni avrebbero finito con l'assumere per la cultura tout court. Tiber ha scritto con Tom Monte il libro "Taking Woodstock. A True Story of a Riot, A Concert and a Life" ed Ang Lee prende le mosse dalla sua testimonianza non per raccontare il concerto (lo ha già fatto con grande adesione Michael Wadleigh che aveva tra gli aiuti un ragazzo che si chiamava Martin Scorsese) ma per descrivere una società. Lo fa attraverso una moltitudine di personaggi e di figuranti ognuno dei quali finisce con il rappresentare una delle facce di quel prisma che erano gli Stati Uniti all'epoca. Si sorride e si ride (grazie anche alla superba caratterizzazione di Imelda Staunton nei panni della taccagna e iperattiva madre di Elliot). Ma soprattutto si percepiscono la vitalità e l'energia di un universo giovanile che, nonostante il Vietnam o forse anche grazie a quell'orrore insensato, sentiva ancora il bisogno di credere in un'utopia pacifista che sembrava però traducibile in realtà. Ang Lee non ha alcuna intenzione di proporre una lettura acritica dell'epoca. Ecco allora che al seguito dell'ideatore trasgressivo simile a un Jim Morrison in versione hippie ci sono le limousine nere da cui escono manager in giacca e cravatta. Come afferma Woody Allen si chiama Show Business perchè senza il business non c'è lo show. Alla fine resta però la sensazione di un sipario calato su uomini e donne forse ingenui ma sicuramente sinceri nelle loro aspirazioni. Una tipologia di esseri umani di cui, nonostante tutti gli eccessi loro attribuibili, il mondo ha sempre bisogno. Vai alla scheda su Mymovies.it

Gran Torino

Orione

21,00

Un film di Clint Eastwood, con: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Chee Thao, Choua Kue, Brooke Chia Thao, Scott Eastwood, Xia Soua Chang, Cory Hardrict, Geraldine Hughes, Brian Howe, Brian Haley, Dreama Walker, Nana Gbewonyo, John Antony, Doua Moua, Sarah Neubauer, Lee Mong Vang

Il complesso ritratto - in pieno stile Eastwood - di un uomo che ha fatto dell'odio verso i diversi la sua ragione di vita
Un veterano della guerra in Korea, Walt Kowalski comincia a correggere il suo vicino, il teenager Hmong, dopo che questi ha cercato di rubare la sua Gran Torino del 1972.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariWalt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia. Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski. Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa. Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione. Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare. Vai alla scheda su Mymovies.it

Terra Madre

Agorà di Cernusco sul Naviglio

21.15

Un film di Ermanno Olmi, con: Ampello Bucci, Maurizio Gelati, Carlo Petrini, Pier Paolo Poggio, Marco Rizzone, Aldo Schiavone, Vandana Shiva, Angelo Vescovi

Un film che è un seme destinato a produrre frutti importanti
Un documentario sulle abitudini dei contadini nel mondo di oggi e sull'enorme amore che li lega alla loro terra.
di Giancarlo Zappoli

Un documentario che si fa testimonianza di una vita vissuta facendo cinema pensando agli esseri umani con il ritorno a una forma di espressione, il documentario appunto, che Olmi non aveva mai del tutto abbandonato. Il regista ci racconta degli ultimi tre convegni di Terra Madre a Torino. In quelle occasioni (e in particolare nel 2006) Carlo Petrini, ideatore di Slow Food, è riuscito a far giungere nel capoluogo piemontese persone che, in ogni angolo del mondo, la terra la amano, la coltivano e, soprattutto, la rispettano. E’ un documentario di denuncia quello di Olmi. Denuncia contro le sopraffazioni che anche in questo campo non si scontrano con i rigori della legge perché è il Dio Mercato che detta le non regole del liberismo più sfrenato. Ma non è solo questo. Grazie anche alla collaborazione con Piavoli e Zaccaro Olmi porta sullo schermo un atto di amore profondo che passa dall’elegia sulla vita a contatto con la Natura alla rispettosa e quasi invidiosa riflessione sulla vita di un uomo che ha avuto il coraggio di abbandonare la civiltà dei consumi per scegliere di vivere in un modo radicalmente diverso. Olmi ci ricorda anche che qualcuno ha pensato di preservare, nel Nord del nostro continente, i semi che rischiavano di scomparire in modo definitivo creando una sorta di Giardino dell’Eden nel ghiaccio. La Cineteca di Bologna, che è intervenuta nella produzione, è sicuramente consapevole di avere contribuito a creare un film che è un seme. Il suo compito è ora quello di conservarlo ma anche di metterlo a dimora ovunque sia possibile perché faccia maturare quel frutto prezioso che è la consapevolezza. Vai alla scheda su Mymovies.it

Cado dalle nubi

Skyline Multiplex

17.30-21.30

Un film di Gennaro Nunziante, con: Checco Zalone, Dino Abbrescia, Giulia Michelini, Fabio Troiano, Raul Cremona, Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Gigi Angelillo, Ludovica Modugno, Sereno Bukasa, Stefano Chiodaroli, Ivano Marescotti, Claudia Penoni, Francesca Chillemi, Rocco Papaleo, Ivana Lotito

Il bagaglio comico di Checco Zalone regge il volo dal piccolo al grande schermo
Checco è un giovane cantante pugliese che sogna il successo. Lasciato dalla ragazza, si trasferisce a Milano a casa del cugino Afredo. Qui conosce Marika e tenta una serie di provini.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariChecco vive in Puglia e coltiva il sogno di fare il musicista neomelodico ma la sua ragazza, Angela, non lo prende sul serio e, stanca del suo disimpegno, lo abbandona. Addolorato, Checco lascia Polignano a mare e va dal cugino a Milano. Qui conosce la bella Marika, figlia di un leghista convinto, alla quale sembra non interessare che come amico, buffone di corte. Affranto, Checco decide allora di tentare il provino per il programma "I want you", che seleziona talenti musicali per la tv. Luca Medici, alias Checco Zalone, come tanti suoi colleghi s'imbarca sul volo che dal piccolo schermo, dal palcoscenico dei comici televisivi, porta al cinema, dentro un film. Con sé non ha una valigia di cartone ma un bagaglio più solido, che resiste al tragitto: un copione estremamente lineare, talora sbrigativo, ma mai volgare, e un gruppo di attori di contorno su cui svetta Dino Abbrescia che non si accontentano di offrire una spalla ma creano un piccolo mondo in una stanza. Finisce alla pari, dunque, il confronto tra Checco Zalone e lo spettatore accorto. A svantaggio dell'attore, il fatto che, nonostante non si tratti di una sequela di gag ma di un film in tutto autosufficiente, non per questo Cado dalle nubi si potrà vedere con lo stesso piacere più di una volta: è un umorismo one shot, occorre accontentarsi; a suo merito, che la risata è certa, incontenibile. Si riconfermano i punti forti dell'interprete: l'abilità nella scrittura della canzonetta demenziale nel contenuto e credibile nell'esecuzione e l'uso di un italiano storpiato dall'ignoranza, vergognosamente vicino a quello di tanta gente, giù dallo schermo. Gaffeur nato, "fenomeno" di stoltezza, il corpo comico di Checco Zalone è quello del modello sacrificale, che mette alla berlina in prima linea se stesso per costringere i suoi interlocutori al riesame di sé, alla fuoriuscita delle contraddizioni. Scritto da Zalone stesso in coppia fissa con l'autore dei suoi testi Gennaro Nunziante, qui anche regista, Cado dalle nubi non rivede certo la storia della comicità cinematografica, non ne cambia una virgola né aggiunge una mezza frase, ma ha il pregio, nella sua meravigliosa mediocrità (per usare un'espressione che il film dedica al suo protagonista), di andare a stanare la piccola Iltalia che nella cronaca è fatta più di concetti che di immagini i giovani dell'oratorio, le manifestazioni leghiste di portata locale e di raccontarla senza ricorrere per forza al grottesco, cosciente che, ahinoi, non ce n'è nemmeno bisogno. Vai alla scheda su Mymovies.it

Following

La Scheggia

21.45

Un film di Christopher Nolan, con: John Nolan, Jeremy Theobald, Alex Haw, Lucy Russell

Presentato al Festival Cinematografico di San Francisco nel 1998, il film narra la storia di Bill (Jeremy Theobald), un aspirante scrittore che, in ce...
di Stefania Iannuzzi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariPresentato al Festival Cinematografico di San Francisco nel 1998, il film narra la storia di Bill (Jeremy Theobald), un aspirante scrittore che, in cerca di ispirazione, comincia a pedinare le persone, trasformando le loro vite in materiale per il suo lavoro. Tutto va bene finchè Bill si imbatte in Cobb (Alex Haw), ladro di professione che gli insegna il mestiere. Eccitato all'idea di compiere azioni illegali entrando negli appartamenti altrui, Bill diventa ben presto oltre che un rapinatore anche un assassino. Il regista Christopher Nolan, si rivela un vero asso nell'utilizzo della handycam; peccato che il film non presenti colpi di scena e che si indovini già tutto dopo i primi dieci minuti. Vai alla scheda su Mymovies.it

Parla con lei

Arese

21.15

Un film di Pedro Almodóvar, con: Leonor Watling, Javier Cámara, Rosario Flores, Darío Grandinetti, Paz Vega, Elena Anaya, Marisa Paredes, Lola Dueñas

L'ultimo film di Pedro Almodovar
Marco è un giornalista specialista in guide turistiche, Benigno un infermiere generoso, perfetto. Quest'ultimo da quattro anni si prende cura di Alici...
di Pino Farinotti

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariMarco è un giornalista specialista in guide turistiche, Benigno un infermiere generoso, perfetto. Quest'ultimo da quattro anni si prende cura di Alicia, (ex) ballerina, in coma. Marco ha una relazione con Lidya, torera, che ben presto raggiunge Alicia nello stesso ospedale, ridotta a sua volta in coma. Benigno parla con la sua paziente come se fosse cosciente, le racconta tutto, vita quotidiana, pensieri, spettacoli. Marco, meno fantasioso, si limita a guardare piangendo. Benigno (mai avute donne, forse gay), gli insegna a "parlare con lei", appunto. Il film prende sentieri imprevedibili, sconcertanti, allarmanti. Alicia (le cui funzioni vitali sono comunque integre) viene scoperta incinta. Il "colpevole" è naturalmente Benigno, che finisce in prigione. Marco, sempre più coinvolto, lo sostiene a oltranza. Miracolosamente Alicia, il cui bimbo è morto subito, esce dal coma, ma Benigno non dovrà mai saperlo, così l'infelice infermiere si suicida. Il caso (un balletto), vuole che Alicia e Marco si incontrino. Premesse e sguardi sono dolci e promettenti, ci saranno sviluppi. Gli aggettivi usati sopra "imprevedibile, sconcertante, allarmante" aderiscono benissimo ad Almodovar. Dopo lo straordinario Tutto su mia madre il regista si lascia andare in una storia umano melò grottesca a suo modo perfetta. Estremizzazioni che solo Pedro può farsi perdonare. Sviluppi che affosserebbero qualsiasi altro autore. Regia talmente complessa da essere semplice e subito decifrabile, ironia, insomma tutte le cifre che appartengono al più grande autore (con Wenders) di cinema europeo. Con inserti di fantasia superiore, come il "muto" ricostruito dove un uomo reso piccolissimo da una pozione entra in una vagina per non uscirne mai più: è la premessa, non fine a se stessa, ma "strumentale" per innescare la stranissima maternità che seguirà. Presente anche la solita forte umanità e l'amore per il vivere anche quando il vivere è disperato. Il film comincia e finisce con le immagini di teatrodanza di Pina Bausch. Vai alla scheda su Mymovies.it

Che - L'argentino

San Luigi di Binasco

21.15

Un film di Steven Soderbergh, con: Benicio Del Toro, Demiàn Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Yul Vazquez, Ramon Fernandez, Julia Ormond, René Lavan, Roberto Santana, Vladimir Cruz, Sam Robards, Jose Caro, Pedro Adorno, Jsu Garcia, María Isabel Díaz, Mateo Gómez, Octavio Gómez, Miguelangel Suarez, Stephen Mailer, Roberto Urbina, Marisé Alvarez, Christian Nieves, Andres Munar, Liddy Paoli Lopez, Francisco Cabrera, Pedro Telémaco, Milo Adorno, Alfredo De Quesada, Juan Pedro Torriente, Jay Potter, Blanca Lissette Cruz, Laura Andújar, Euriamis Losada, Unax Ugalde

Soderbergh fa della rivoluzione un'esperienza cinematografica
Storia del mitico rivoluzionario sudamericano Ernesto "Che" Guevara, dall'incontro con Fidel Castro all'ascesa quale comandate della rivoluzione cubana.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIl 26 novembre del 1956 il medico argentino Ernesto Guevara salpa alla volta dell'isola di Cuba con un giovane avvocato di nome Fidel Castro e altri 80 ribelli determinati a rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista con una rivoluzione. Medico, stratega e instancabile guerrigliero, il "Che", alla guida di una colonna di uomini, dopo un lungo faticosissimo periodo sulla Sierra Maestra, conquista la città di Santa Clara e si riunisce ai compagni per marciare su L'Avana. Quello che appare sugli schermi, dopo otto anni di lavoro, è il Che di Soderbergh, quello che nessun altro avrebbe potuto fare in maniera simile, quello che di Soderbergh autore e produttore porta il marchio indelebile, anche là dove calpesta nuovi sentieri, anche e appunto perché li calpesta. Scardinando le convenzioni della continuità, con stacchi avanti e indietro nel tempo (bello il ritorno alla terrazza del primo incontro con Fidel) e spostamenti nello spazio dalla foresta tropicale alla sede delle Nazioni Unite che la dicono lunga sulla versatilità del protagonista, Soderbergh parla anche di se stesso, del suo cinema, che rimbalza tra esplorazione e diplomazia, tra le immagini ultravivide dell'avventura (girate con la Redcam) e quelle declinate nel bianco e nero glamorous targato Nordamerica e società dello spettacolo. Sono due binari: da un lato si fa strada un leader, tra i colpi dell'asma e dei fucili nemici, dall'altro nasce una stella, sotto i flash dei fotografi e delle interviste romantiche. In questo senso, nel suo film rispettosissimo e tutt'altro che declamatorio, il regista prende una posizione netta dicendoci che non è la meta che (gli) interessa, non l'icona, ma il viaggio. Il personaggio di Che Guevara (ri)nasce nel corpo più massiccio di Benicio Del Toro (lontano anni luce dal ragazzino sensibile dei Diari della motocicletta) e si costruisce per azioni, per tono della voce, per furore dello sguardo: prima con le armi del cinema che con quelle della storia. Purtroppo Che L'Argentino non si fa apprezzare pienamente per colpa di un doppiaggio che non ha ragione di esistere, che livella, decontestualizza, toglie al protagonista il suo carattere di straniero, e perché è probabilmente come film esperienza, nella sua durata complessiva di quattro ore e mezza e nella voluta discontinuità tra le due parti che lo compongono, che si arricchisce di senso. D'altronde quel che fa Soderbergh è esattamente questo: entrare nella dimensione esperienziale della rivoluzione, al ritmo dei passi stanchi, delle notti di veglia, delle decisioni da prendere sul momento, degli errori commessi per sempre, per raccontare di un uomo che ha fatto di un'idea una pratica, per esporci, in pratica, un'idea di cinema. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il colore della libertà - Goodbye Bafana

Don Bosco

16.00

Un film di Bille August, con: Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, Diane Kruger, Shiloh Henderson, Megan Smith, Faith Ndukwana, Terry Pheto, Patrick Lyster, Tyrone Keogh, Jessica Manuel, Leslie Mongezi, Zingizile Mtuzula, Mehboob Bawa, Shakes Myeko, Sizwe Msutu

Bille August continua la sua carriera di 'illustratore' di storie ispirandosi a una storia vera
A partire dal 1968 la storia del rapporto tra un acceso razzista e Nelson Mandela nel Sudafrica dell'apartheid.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariSudafrica 1968. James Gregory arriva come guardia addetta alla censura (conosce lo Xhosa, la lingua dei neri) nel carcere speciale di Robben Island. Le convinzioni sue e di sua moglie Gloria sono decisamente a favore dell'apartheid. A Robben Island avrà modo di conoscere Nelson Mandela che progressivamente gli farà mutare atteggiamento nei confronti dei neri, tanto che verrà allontanato dal suo servizio nella prigione. Bille August dirige Il colore della libertà (in originale Goodbye Bafana e bafana significa 'ragazzo' in lingua Xhosa) ispirandosi a una storia vera e grazie all'incontro con la moglie del protagonista (morto nel 2003). Per quanto riguarda Mandela si è ampiamente documentato decidendo poi di girare il film in Sudafrica in modo da far 'respirare' alla vicenda l'aria stessa della realtà. Ne esce un'opera inattaccabile dal punto di vista del contenuto e del messaggio di pacificazione e comprensione tra realtà avverse che intende proporre. Chi però ricorda In My Country di John Boorman sa come sia facile, in questi casi, cadere nelle trappole della retorica visiva. Ecco allora la mogliettina decisa e, ovviamente, bella, interpretata da Diane Kruger . Ecco il Mandela uomo tutto d'un pezzo che ha il volto stranoto e un po' troppo televisivamente segnato dall'ottimo serial 24 di Dennis Haysbert (alias Presidente Palmer). Non mancano poi la foto di Gregory bambino quando giocava con un compagno di colore e un Joseph Fiennes tanto, troppo 'preciso' nel sottolineare la conversione. Bille August continua la sua carriera di 'illustratore' di storie. Senza particolari accensioni narrative ma con onesta quanto stereotipa partecipazione. Tre stelle per la diffusione nelle scuole. Vai alla scheda su Mymovies.it

Vincere

Auditorium San Carlo Pandora

15.15-20.30

Un film di Marco Bellocchio, con: Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera

Un melodramma di denuncia, alla Bellocchio, che intreccia il tema del potere e le dinamiche della psiche
Nella vita di Mussolini c'è uno scandalo segreto: una moglie e un figlio - concepito, riconosciuto e poi negato. Questo segreto ha un nome: Ida Dalser.
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariSiamo agli inizi del secolo e un giovane socialista rivoluzionario incontra casualmente una donna passionale come lui, Ida Dalser. Quel giovane si chiama Benito Mussolini. Lei lo seguirà nella sua azione politica, assecondandone i cambiamenti di rotta e giungendo fino a spogliarsi di tutto per consentirgli di fondare il proprio giornale, «Il Popolo d'Italia». Gli darà anche un figlio che verrà chiamato Benito Albino e sarà riconosciuto dal padre. Ida però dovrà scoprire che il suo matrimonio, avvenuto in chiesa, ha molto meno valore di quello che Mussolini ha contratto civilmente con Rachele Guidi da cui ha avuto la figlia Edda. L'ascesa dell'uomo politico è inarrestabile così come la sua decisione di escludere dalla propria vita sia Ida che il bambino. La donna cercherà di autoconvincersi che si tratti solo di una messa alla prova che non potrà che risolversi in senso positivo. Invece significherà per lei e suo figlio la morte in ospedale psichiatrico circondati da una cortina di oblio. Marco Bellocchio affronta una pagina di storia italiana misconosciuta. La notizia era apparsa negli anni Cinquanta su «La Settimana INCOM Illustrata» ma pochi vi avevano prestato credito perchè in quell'epoca i falsi memoriali su malefatte degli esponenti del fascismo inondavano le redazioni. Due giornalisti Rai, Novelli e Laurenti, riprendono di recente le ricerche e realizzano un documentario che va in onda su RaiTre nel gennaio 2005. Da esso emerge una fitta serie di testimonianze sulla veridicità di quanto all'epoca denunciato.. Si può affermare che Bellocchio non poteva non essere attratto da una vicenda che coniugava il tema del potere con le dinamiche della psiche. Ne emerge un film come al solito molto personale che denuncia però una costrizione in cui il regista non si trova a suo agio. La camicia di forza della Storia, con le sue date e i suoi avvenimenti, vincola la narrazione che tenta di liberarsene non riuscendovi sempre. Certo Bellocchio aveva già affrontato di recente la Storia con Buongiorno, notte ma lì aveva potuto lavorare da Maestro ri costruendo. Qui non può farlo liberamente e se ne avverte la consapevolezza nella scelta stilistica di ricorrere a una modalità narrativa che gli sta particolarmente a cuore: l'opera lirica. L'intero film è costruito come un melodramma sia sul piano musicale che su quello della struttura, con la passione dominante all'inizio a cui seguono la disillusione e la morte. Su tutto questo prevale però una lettura decisamente interessante e che mette in gioco la psichiatria e, ancor più, la psicoanalisi che studia il rapporto tra il potere e le masse. Mentre la follia diviene sempre più collettiva e partecipata nel Paese, ci suggerisce Bellocchio, diviene quasi indispensabile che la normalità (Ida) venga trattata come devianza. Mentre l'Italia corre verso il baratro della Seconda Guerra Mondiale la Dalser e suo figlio vengono fatti precipitare nella clausura degli Istituti. Dove non basterà l'ammonimento dello psichiatra: «Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte». Chi non è disposto a piegarsi non può che essere stroncato oppure, come accade nell'immagine più intensa del film, non può che arrampicarsi su sbarre senza via d'uscita per gettare nella neve lettere che mai nessuno leggerà. Vai alla scheda su Mymovies.it

Tris di donne & abiti nuziali

S. Angelo

21.15

Un film di Vincenzo Terracciano, con: Sergio Castellitto, Martina Gedeck, Paolo Briguglia, Raffaella Rea, Salvatore Cantalupo, Paolo Calabresi, Elena Bouryka, Gigio Morra, Renato Marchetti, Giovanni Esposito, Iaia Forte, Flavio Parenti

Nel tentativo di recuperare i toni agrodolci e l'arguzia rappresentativa della commedia all'italiana, Terracciano gioca tutto su Castellitto e dimentica di creargli attorno un contesto efficace

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariFranco Campanella è un ex impiegato delle poste che non arriva ai mille euro al mese di pensione, devoto alla propria famiglia e dedito al vizio del gioco. Alla vigilia delle nozze della figlia maggiore Luisa, giovane insegnante appassionata di poesia, Franco promette alla moglie Josephine di impegnarsi a fare economia per sostenere personalmente le spese del matrimonio. Ma dopo che gli viene rifiutato un fido bancario, Franco ricomincia a scommettere e a frequentare ogni bisca del napoletano, perdendo fino a indebitarsi con strozzini e camorristi per una cifra da decine di migliaia di euro. Dietro ad un titolo da commedia dei "telefoni bianchi" si cela un tentativo di recupero di quelle agrodolci modalità di raccontare una parte anonima e sotterranea della società che hanno fatto grande il passato della commedia italiana. Un recupero che sa quasi di una riflessione sul genere, prendendo avvio da tre elementi ricorrenti nella commedia del dopoguerra: povertà, matrimonio e carte da gioco, raccontati attraverso la storia di un personaggio tipicamente zavattiniano: Franco Campanella. Alcuni momenti del film parrebbero innalzare questo pensionato ingenuo e sciagurato, schiavo dell'affetto della famiglia e dei suoi stessi vizi, nella tradizione romantica e solitaria del viandante di Friederich o nel crepuscolarismo di Camillo Sbarbaro. Grazie invece a Castellitto, Franco resta un mediocre, un personaggio troppo piccolo e meschino per poter aspirare ad un'aura di tragicità. Un contrasto fra grandezza e grettezza che scorre fra i saliscendi del Vomero napoletano e gli arpeggi musicali di Nicola Piovani, vagabondando incerto come il suo protagonista fra il semplice ritratto neorealista, il tentativo di descrizione di una realtà sotterranea come quella dei giocatori compulsivi e i toni della commedia edificante. Se Terracciano incappa in un problema che non apparteneva alla commedia all'italiana, è perché rispetto a questa grande tradizione, dimentica di costruire un ambiente complesso e sfaccettato. Il reale si costruisce a partire dall'intorno, da un microuniverso di personaggi che contribuiscono a dare spessore e credibilità alla quotidianità del protagonista. Il regista napoletano sembra invece concentrarsi solo sulla performance del suo eroe mediocre, così che gli altri personaggi non hanno spazio o forza necessaria a caricare di attese o di pathos la caduta verso il basso di Franco. Come il suo protagonista, Tris di donne parrebbe così giocarsi tutti suoi resti e rimanere in attesa di quella carta giusta che pare non calare mai. Vai alla scheda su Mymovies.it

The Millionaire

Sant'Ambrogio

21.00

Un film di Danny Boyle, con: Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan, Mia Drake, Imran Hasnee, Faezeh Jalali, Shruti Seth, Anand Tiwari, Saurabh Shukla, Rajendranath Zutshi, Jeneva Talwar, Irrfan Khan, Azharuddin Mohammed Ismail, Sunil Kumar Agrawal, Jira Banjara, Sheikh Wali, Mahesh Manjrekar, Sanchita Choudhary, Himanshu Tyagi, Ayush Mahesh Khedekar

Scalata al milione di un ragazzo innamorato nel melodramma bollywoodiano di Danny Boyle
Jamal è un giovane vissuto per le strade dei quartieri più poveri di Bombay. Cercherà una rivalsa sociale partecipando al famoso programma televisivo "Chi vuol esser milionario?".
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUna domanda e venti milioni di rupie separano Jamal Malik da Latika, amore infantile e mai dimenticato. Dopo averla incontrata, persa, ritrovata e perduta di nuovo Jamal, un diciottenne cresciuto negli slum di Mumbai, partecipa all'edizione indiana di “Chi vuol essere Milionario” per rivelarsi alla fanciulla e riscattarla (con la vincita) dalla “protezione” di un pericoloso criminale. L'acquisita popolarità mediatica, la scalata trionfale al milione e alle caste sociali infastidiscono il vanesio conduttore che cerca di boicottarne la vittoria, ingannandolo e facendolo arrestare. Sospettato di avere imbrogliato e torturato inutilmente, Jamal rivelerà al commissario di polizia soltanto la verità: conosceva le risposte perché ciascuna di quelle domande ha interrogato la sua straordinaria vita, devota a Latika e votata all'amore. I personaggi del cinema di Danny Boyle contemplano tutti una magnifica ossessione, correndo a perdifiato per realizzarla. Il consumo di eroina, di sterline, di sole o di amore crea ai suoi boys una forte dipendenza e il bisogno impellente di averne ancora. Dopo i tossici friends di Trainspotting e dopo le odissee solari, dopo le spiagge incontaminate e dopo le sterline piovute dal cielo, il regista scozzese entra nello studio televisivo di Mumbai per osservare la vita di Jamal Malik, fino a svelarla nelle domande, fino a comprenderla nelle risposte. Jamal è il protagonista di una favola mediatica in cui si avverano i desideri dell'uomo indiano comune (e non solo). Padroneggiando l'estetica e il “fondamentalismo” melodrammatico del cinema bollywoodiano, Doyle mette in scena un eroe virtuoso che (da tradizione) sconfigge il male e salva i deboli senza dimenticare di mostrare le fratture presenti nella società indiana, prodotte da un sistema nel quale sopravvivono forti disuguaglianze. Jamal è un ragazzo comune che decide di agire alla propria condizione di impotenza spalleggiato dal fratello maggiore Salim, un “angryyoung man” alla Amitabh Bachchan dotato di carisma e potere. Duro, vendicativo e leale come l'idolo del cinema indiano degli anni Settanta, Salim è un delinquente di buon cuore che ha scelto la strada del crimine per reagire ai soprusi della metropoli. Nella Mumbai della loro infanzia i “due moschettieri” sviluppano personalità opposte che determineranno destini profondamente diversi. Latika, tra loro, a unirli e a separarli, è da convenzione elemento femminile e decorativo la cui debolezza esalta la virilità maschile. Danny Boyle interpreta e utilizza con competenza la musica, un'altra componente essenziale del cinema popolare e della cultura indiana. Sostenuto dal ritmo e dalle note di Allah Rakha Rahman, uno dei più grandi compositori indiani di soundtracks, il regista usa le canzoni in funzione narrativa, lasciando che la musica si fonda con le immagini, sottolineando e guidando le emozioni. Autore versatile, che attraversa incolume generi ed estetiche, Danny Boyle gira un film che riposa nell'alternanza del suo fortissimo e del suo pianissimo, in quella brusca scansione tra dolly sconfinati e scontri di classe, assoli sentimentali e crudeltà brutali. Tra il volo di una stella in elicottero e il tuffo di un bambino nella latrina più sporca (e lirica) di tutta l'India. Vai alla scheda su Mymovies.it

L'onda

Palestrina

17.00 - 21.00

Un film di Dennis Gansel, con: Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Jacob Matschenz, Christiane Paul, Max Mauff, Elyas M'Barek, Cristina do Rego, Maximilian Vollmar, Ferdinand Schmidt-Modrow, Tim Oliver Schultz, Amelie Kiefer, Fabian Preger, Odine Johne

Da una storia vera, un film pedagogico sull'ombra del totalitarismo nella società contemporanea
Un insegnate di liceo tenta un esperimento di dittatura all'interno della sua classe. L'esperimento ha un tale successo che finisce presto per degenerare…
di Edoardo Becattini

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariRainer Wenger, insegnante di educazione fisica con un passato da anarchico rockettaro, per spiegare ai suoi studenti liceali il concetto di autocrazia li coinvolge in un esperimento di “regime dittatoriale” fra i banchi di scuola. Per una settimana dovranno rispondere al rigido sistema disciplinare di “Herr Wenger”, conformarsi ad un codice di abbigliamento e lavorare assieme in un'ottica di organismo gerarchico, isolando o reprimendo eventuali dissidenti. In pochissimo tempo, i ragazzi scoprono uno spirito di cameratismo vincente, dominano le proprie insicurezze e paure attorno alla figura del carismatico “cattivo maestro” e si sentono legittimati ad animare atti di violenza e vandalismo, in un'operazione che arriva presto a fuoriuscire dalle mura dell'edificio scolastico. In una stagione cinematografica che pare nuovamente appassionarsi a quel che avviene all'interno di quei luoghi di educazione tanto amati e temuti, rispetto a film che cercano di cogliere e mostrare le dinamiche sociali e di violenza, reale e simbolica, dell'istituzione scolastica (La classe – Entre les murs), o ad altri che raccontano il vuoto pneumatico dell'adolescenza con una superficialità criminale (AlbaKiara; Un gioco da ragazze), L'Onda si pone un obiettivo differente e ben più mirato. L'esperimento intento ad indagare l'espansione del nazional socialismo e l'indottrinamento della popolazione germanica realmente messo in piedi dal docente di storia Ron Jones nel 1967 in un liceo californiano, viene ripreso e ricontestualizzato da Dennis Gansel nell'attuale Germania con l'intento di ampliare le implicazioni di tale esperienza ed incidere sulle coscienze di quelle nuove generazioni che si considerano immuni dall'avvento di un nuovo totalitarismo. Per ottenere questo effetto, Gansel decide di sfruttare la lingua universale della moderna pop culture come cifra stilistica peculiare. L'Onda vede così molti rimandi (dal montaggio visivo e sonoro alla tipizzazione dei protagonisti) ai classici teen movie di origine americana, con uno stile vicino al videoclip, attento alle tendenze musicali giovanili e condotto come un gioco di ruolo con i più tipici personaggi delle high school. Alcuni momenti però marcano l'anomalia e tentano l'affrancamento dal filone “giovanilista” del cinema americano: estratti del dibattito fra studenti sulla nozione di autocrazia sembrano direttamente tratti da un saggio di Naomi Klein o da altri trattati vicini al culture jamming, una certa controcultura del sistema americano. In una particolare sequenza poi, la classe di Herr Wenger espone una ad una le cause che possono condurre all'avvento del totalitarismo: globalizzazione, crisi economica, disoccupazione, iniquità sociale, nazionalismo e xenofobia. Tutti malesseri che fa problema sentir menzionare a viva voce in un film di ampio consumo, e soprattutto attraverso un linguaggio che è il primo effetto di una globalizzazione. E tuttavia è in queste stesse considerazioni che sta anche il grosso limite del film di Gansel: esso enuncia più che denunciare, spiega più che insegnare. Nei suoi eccessi di schematismo e approssimazione, L'Onda elabora un discorso dissertativo, smaccatamente pedagogico, che mira in maniera esclusiva a costituirsi come monito, come exemplum, rivolto soprattutto al pubblico giovanile. E perciò più adatto agli atri di un matinée scolastico che alle sale dei cineforum. Vai alla scheda su Mymovies.it

La doppia ora

Don Bosco

21.00

Un film di Giuseppe Capotondi, con: Ksenia Rappoport, Filippo Timi, Antonia Truppo, Gaetano Bruno, Fausto Russo Alesi, Michele Di Mauro, Lorenzo Gioielli, Lidia Vitale, Giampiero Iudica, Roberto Accornero, Lucia Poli, Giorgio Colangeli, Fabrizio Rizzolo

Una coppia di attori validi per un film scommessa
Al centro di tutto, la bellezza perturbante di un’affascinante Torino e quella di una donna al centro di intrighi pericolosi…
di Giancarlo Zappoli

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariSonia è di Lubiana ed è cameriera in un hotel. Guido è stato poliziotto e ora è custode in una villa fuori città. Guido frequenta da qualche tempo gli speed date ed è lì che incontra Sonia. Basta quel primo incontro perché i due provino un'attrazione reciproca che spinge Guido ad invitare Sonia nella villa in assenza del padrone. Lì i due vengono aggrediti da una banda di ladri che svuota la villa. Uno di loro sta per violentare la giovane donna e Guido si getta su di lui per proteggerla… Se questa è la prima recensione che leggete sul film evitate di leggerne altre che possano rivelarvi la trama perché la seppur non straordinaria tenuta del film è affidata a un percorso che lo spettatore deve compiere all'interno degli sviluppi che seguono la rapina in villa. Se ne sa troppo perde qualsiasi interesse per gli eventi. La doppia ora è una scommessa con il pubblico al quale si chiede di 'entrare' nella storia per dipanare, insieme ai protagonisti la vicenda. È un film di sceneggiatura (la menzione al Premio Solinas è lì a testimoniarlo) che sulla tenuta delle concatenazioni dei fatti si gioca tutto. O, meglio, non tutto perché parte della posta è affidata ai due protagonisti. Filippo Timi si conferma come uno degli attori emergenti più completi e offre al suo personaggio le ombre e le luci di una tenerezza che rischia di sprofondare nel dolore mentre Ksenia Rappoport dà a Sonia una fragilità psicologica assolutamente credibile anche quando finirà col sorprendere. Sono questi i punti di forza di un film che ha però la sua debolezza proprio nel congegno a orologeria che mette in azione. Può funzionare benissimo ma se vi si inserisce il granello dell'indifferenza nei confronti di ciò che accade sullo schermo si può bloccare inesorabilmente. Non è detto che non succeda. Vai alla scheda su Mymovies.it

Lebanon

Teatro Nuovo

21.15

Un film di Samuel Maoz, con: Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran, Yoav Donat, Dudua Tasas, Zohar Shtrauss, Dudu Tassa

La guerra "in un interno" di Maoz scava nella componente umana di ogni guerra, prendendo le distanze dalla retorica mediatica
Il viaggio del primo carrarmato che ha attraversato il confine libanese. Quella che doveva essere una missione della durata di un giorno è diventato invece un'inferno.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLibano, giugno 1982. Un carro armato carico di armi e quattro giovani soldati avanza solitario dentro un villaggio, bombardato e abbattuto dall'Aviazione Militare israeliana. Assi è un comandante che non ha mai comandato, Shmuel un artigliere che non ha mai colpito, Herzl un servente al pezzo che non ha mai caricato una bomba e Yigal un pilota di un carro corazzato che non conosce destinazione. Impressionabili ed inesperti piangono e resistono dentro il “Rinoceronte” sferragliante, contro una guerra che non hanno voluto e un nemico che non vogliono condannare. Smarrita la direzione, mancata la posizione e assediati dalla paura, tenteranno una fuga disperata verso un campo di girasoli e una terra “promessa” (a tutti). I soldati di Samuel Maoz non amano la guerra e sono lontani, molto lontani, dagli artificieri volontari e “in erezione” della Bigelow (The Hurt Locker). Impegnati sul fronte iracheno a disinnescare bombe e incapaci di tornare alla normalità, i soldati dipendenti della regista americana sono rimpiazzati, sullo schermo e al fronte, dai “corpi corazzati” e arruolati nelle Forze Armate israeliane durante la Prima Guerra del Libano di Maoz. Addestrato a vent'anni come artigliere, l'esordiente regista israeliano gira un film di guerra contro la guerra, riuscendo a mantenersi in equilibrio, a governare l'orizzonte del discorso e l'inferno della sua messa in scena, l'alto e il basso, la battaglia e l'annientamento umano. Claustrofobico e trincerato Lebanon guarda alla guerra attraverso il mirino obiettivo di un artigliere che, idealmente prossimo al Piero di De Andrè e al tenente Ottolenghi di Lussu (e Rosi), rifiuta in lacrime e indisciplinato di uccidere e di uccidersi. Come gli idealismi, gli ufficiali nel film servono a “cacciare innanzi i soldati”, lasciati morire da una nazione assediata e in crisi nonostante la promessa che nessuno sarebbe stato abbandonato. La guerra “in un interno” raccontata da Maoz è quella della Storia, ancorata a una letteratura che l'ha definita, allestita, giustificata, compresa, perdonata o condannata, e allo stesso tempo quella del presente, ancora aperta e infinita, ancora chiusa nella sua logica di parte, immatura nelle riflessioni, relativa nella rappresentazione. Se la Prima Guerra del Libano appartiene all'altro secolo, i conflitti arabo israeliani perseverano, eternamente in corso si allungano sulla nuova epoca, veicolati dalle immagini redacted dei servizi giornalistici. Contro le conseguenze mediatiche e i percorsi retorici creati dai media, si leva in alto l'immaginario cinematografico, interrogandosi e scavando nella componente umana di ogni guerra. Vai alla scheda su Mymovies.it

Che fine hanno fatto i Morgan?

Uci Cinemas Certosa

Uci Cinemas Milanofiori

Arcadia Multiplex

The Space Cinema Cerro Maggiore

Le Giraffe Multiplex

Uci Cinemas Pioltello

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Bicocca

Plinius Multisala

21:00

20:20 22:40

20:05-22:20

15:15 19:55

20.00-22.15

17:30 20:10 22:30

15:15 20:15

14:40 17:40 20:05 22:35

15.30-17.50-20.10-22.30

Un film di Marc Lawrence [2], con: Hugh Grant, Sarah Jessica Parker, Sam Elliott, Mary Steenburgen, Elisabeth Moss, Michael Kelly, Wilford Brimley, Natalia Klimas, Sándor Técsy, Kevin Brown, Sharon Wilkins, Seth Gilliam, Kim Shaw, David Call, Peter Conboy, Mario D'Leon, Chad Brummett, Vincenzo Amato, Henry Herman, Beth Fowler, Hristo Hristov, Rob Yang, Steven Boyer, Jesse Liebman, Gracie Lawrence

Commedia sentimentale che rianima memorie screwball e trova il lieto fine

Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariMeryl e Paul Morgan sono separati. La loro vita perfetta, spesa nel cuore di Manhattan, ha avuto una battuta di arresto. Paul, avvocato di successo, ha tradito Meryl a Chicago con una collega avvenente e adesso vorrebbe cancellare l’accaduto, farsi perdonare e rientrare nel letto e nelle grazie della consorte. Meryl, ferita e ostinata a resistere alla strategia di riconquista, declina suo malgrado inviti, doni, dichiarazioni e (buone) intenzioni. Sarà il destino a decidere il loro futuro, cacciandoli in una situazione decisamente pericolosa. Testimoni di un omicidio vengono presi in consegna dall’FBI, inseriti nel programma protezione testimoni e precipitati a Ray nel Wyoming, lontano dai comfort di New York e sotto la tutela di una coppia di ruvidi federali. La convivenza forzata e la natura selvaggia li costringeranno a ripensare al loro matrimonio e a rimontare in sella. Il gioco impuro tra cinema e televisione non conosce una sola direzione e accade che le carte si mescolino. Così la commedia sentimentale di Marc Lawrence, abitata da Hugh Grant e Sara Jessica Parker, sembra contenere in sé e sullo sfondo di una romantica Manhattan una scheggia della serie tv Sex and the City, che a sua volta aveva raccolto l’eredità delle tante commedie per sole donne che composero un nutrito sottogenere degli anni Novanta. Il regista americano ha assimilato le ardite traiettorie verbali della celebre serie, incarnandole nel personaggio di Meryl, regina di una prestigiosa agenzia immobiliare che fa bella mostra di sé sulle copertine dei giornali, sulle affiche degli autobus e in tutti i locali alla moda di New York. Senza perdere di vista la dinamica reciproca di prestiti e scambi, Lawrence non si limita però ad appropriarsi del soggetto Sara Jessica Parker e, dopo un prologo squisitamente glamour e newyorkese, disorienta personaggio e attrice precipitandole da un attico a Manhattan nel mezzo del nulla, dentro un assolato e polveroso Wyoming. Condivide il destino della popolarissima Carrie Bradshaw il suo compagno di scena, Hugh Grant, sradicato dalla città, dalle panchine di Notting Hill e dal folclore britannico. Costretti da destino e da copione ad abitare un nudo palcoscenico, i due attori costruiscono la “messinscena” attraverso la propria fisicità, capace da sola di riproporre ed evocare gli elementi costitutivi dei film (o della serie) che ne hanno lanciato le carriere. Tra grandi pianure e montagne rocciose, tra orsi da addomesticare e tori da domare, l’editore sciupafemmine di Bridget Jones e la brillante pubblicista di Sex and the City cercano e trovano una nuova grammatica sentimentale per condurre a buon fine il loro matrimonio e al finale lieto la commedia malinconicamente affettata di Marc Lawrence. L’ammiccamento ironico e l’eleganza composta e borghese di Hugh Grant rianimano nel film certe memorie screwball, risolvendole tuttavia in una serena prospettiva familiare e dentro una storia esemplare che non coglie il ritmo, il tocco e lo sguardo della commedia classica americana. L’attore inglese, dandy discreto e piacevolmente sgualcito da una mimica consumatissima, ritorna volentieri sul set di Lawrence (Two weeks Notice, Scrivimi una canzone) e trascina una collega intimorita (dalla provincialità della location) a un risultato gradevole, con cui, a ogni modo, il cinema non si muove né avanti né indietro. Vai alla scheda su Mymovies.it

Shutter Island

Arcadia Multiplex

Colosseo

Uci Cinemas Bicocca

Uci Cinemas Milanofiori

The Space Cinema Cerro Maggiore

The Space Cinema Cerro Maggiore

Multiplex Arcadia

Le Giraffe Multiplex

Le Giraffe Multiplex

Uci Cinemas Pioltello

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Skyline Multiplex

Uci Cinemas Certosa

Arcadia Multiplex

Plinius Multisala

Orfeo

The Space Cinema Odeon

17:30-20:30-22:00

14.30-17.10-19.50-22.30

15:10 16:00 18:20 19:10 21:30 22:30

18:40 21:40 22:45

16:15 19:20 22:25

18:15 21:20

17:10-19:50-22:40

17.40-20.50

19.50-22.30

16:45 18:30 19:45 21:30 22:45

15:00 18:15 21:30

16:00 19:15

16:00 19:15 22:30

17.45-21.40

18:00 21:00

15.30-18.30-21.30

14.30-17.10-19.50-22.30

13:00 16:00 19:00 22:00

Un film di Martin Scorsese, con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine, John Carroll Lynch, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Tom Kemp, Curtiss Cook, Joseph McKenna, Ken Cheeseman, Joseph Sikora, Drew Beasley, Ruby Jerins, Damian Zuk, Gary Galone, Dennis Lynch

La scala a chiocciola di Scorsese conduce ad un regno fatto di misteri e ripetizioni
Un investigatore indaga sulla scomparsa di un'assassina scappata dal manicomio criminale.
di Edoardo Becattini

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l'istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Il direttore dell'istituto, il dottor Cawley, e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti. Nell'anno del celebrato restauro di Scarpette rosse, due dei più grandi cineasti della modernità americana hanno pagato il loro personale tributo al capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger. Francis Ford Coppola ne cita copiosamente delle parti in Tetro, mentre Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film. Ma se il punto di riferimento è lo stesso, completamente opposti sono i sensi che guidano il loro operare. Per Coppola, Scarpette rosse è un modello da imitare, un ideale di rinascita da proporre al cinema contemporaneo ora che il mezzo digitale permette di tornare a quel tipo di fantasia immaginifica. Al contrario, per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell'era della simulazione e della ripetizione. La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l'idea di raccontare dei personaggi manipolati dall'impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell'uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all'idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l'alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all'ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità. Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto. Vai alla scheda su Mymovies.it

Invictus - L'Invincibile

Teatro

Multiplex Arcadia

Plinius Multisala

Troisi

Skyline Multiplex

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Certosa

Uci Cinemas Milanofiori

Uci Cinemas Pioltello

Apollo

Ducale Multisala

Colosseo

Arcobaleno Filmcenter

Uci Cinemas Bicocca

The Space Cinema Cerro Maggiore

Arcadia Multiplex

The Space Cinema Rozzano

Anteo

Centrale

Le Giraffe Multiplex

21.15

17:20-21:10

15.30-18.30-21.30

21.30

18.00-21.30

16:15 19:30

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19:35 22:30

16:40 19:00 19:40 22:00 22:30

13.00-15.40-19.00-21.30

15.00-17.30-20.00-22.30

14.45-17.20-19.55-22.30

15.00-17.30-20.00-22.30

14:10 15:30 17:00 18:30 19:50 21:30 22:45

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16:15 19:30 22:30

15.00-17.30-20.00-22.30

14.30-17.10 - 19.50 - 22.30

17.40-20.20-22.50

Un film di Clint Eastwood, con: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs

Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar. Negli Stati Uniti all'uscita del film c'è chi ha affermato che il nome del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli esiti dell'Amministrazione democratica con una fiducia guardinga. Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono, senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo) con Million Dollar Baby, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino. In Invictus trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation". Eastwood ne trae un film assolutamente classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a proposito della famiglia) del rischio dell'agiografia. Che viene sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come il desiderio di superare il devastante clima dell'apartheid parta dal cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela non è spinto dal sentimentalismo. I versi di "Invictus" imparati in prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere l'obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall'intuito e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno già fissato l'esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre (gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli' che compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo' sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni film. Invictus appartiene ai secondi. Vai alla scheda su Mymovies.it

Wolfman

Skyline Multiplex

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Pioltello

Le Giraffe Multiplex

The Space Cinema Cerro Maggiore

Arcadia Multiplex

Uci Cinemas Milanofiori

Apollo

Uci Cinemas Bicocca

21.45

16:00 18:30 21:30

22:30

17:40 20:30 22:45

18.40-20.40-22.50

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13.00-15.30

15:00 17:30 19:50 22:10 22:45

Un film di Joe Johnston, con: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, David Sterne, Sam Hazeldine, Olga Fedori, Branko Tomovic, Michael Cronin, Nicholas Day, Bridgette Millar, Richard James, Anthony Debaeck, Emily Parr, Cristina Contes, David Schofield, Roger Frost, Andy Gathergood, Asa Butterfield, Simon Merrells, Dianne Pilkington, Shaun Smith, Mario Marin-Borquez, Gemma Whelan, Geraldine Chaplin

Settanta lune piene dopo ritorna a ululare la belva antropomorfa della Universal omaggiando la tradizione gotica
Dopo il suo ritorno nelle sue terre ancestrali, un'uomo americano viene morso e poi maledetto da un licantropo.
di Marzia Gandolfi

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLawrence Talbot rientra in seno alla famiglia dopo una lunga assenza e in una notte di luna piena. Fuori dalla sua tenuta, una bestia affamata e famelica abita i boschi del villaggio, visita le notti dei puritani e ne strazia i corpi. Vittima della mostruosa creatura cade pure il fratello di Lawrence, sposato alla bella e mite Gwen, che chiede aiuto e trova conforto in lui. Per fermare l’orrore e fare chiarezza sulla vicenda viene ingaggiato un ispettore di Scotland Yard, Alberline. Durante una “battuta di caccia”, la bestia aggredisce e azzanna Lawrence riducendolo in fin di vita. Sopravvissuto al morso e fatalmente contagiato, il giovane Talbot si trasforma nelle notti di luna piena in un lupo, aggredendo e uccidendo gli abitanti del villaggio. Ricoverato in manicomio e poi fuggito, Lawrence verrà braccato da Alberline, deciso a porre fine ai suoi scempi. Gwen, perdutamente innamorata, tenterà invece di strapparlo alla licantropia con la forza dell’amore e dei suoi baci. La più leggendaria e misteriosa fra tutte le creature della Universal è senza dubbio l’uomo lupo, nato nel 1941 dalla penna dello sceneggiatore Curt Siodmak e ispirato dalla mitologia e dal folclore. Privo di una fonte letteraria forte e della radicale alterità che caratterizzano il Dracula di Bram Stoker e la creatura di Frankenstein di Mary Shelley, l’uomo lupo non è un essere completamente altro e avulso dalla società umana, è piuttosto un uomo condannato dal Fato a una diversità intermittente, che lo colpisce nelle notti di luna piena. Settant’anni e diverse variazioni sul tema dopo (Frankenstein contro l’uomo lupo, L’ululato, Un lupo mannaro americano a Londra), spetta a Joe Johnston rilanciare i licantropi, omaggiando la vecchia tradizione gotica e le gloriose produzioni “B” della Universal. Wolfman “restaura” make up e orrore, guardando alle versioni cinematografiche del romanzo “nero” ottocentesco, evidenziando una società che vieta l’esplicarsi delle forze inconsce e trasformando la tragedia greca del soggetto originale in tragedia shakespeariana. Al centro del film, si contendono scena, “trono” e fanciulla un padre e un figlio, un re e un principe, belve antropomorfe vittime della stesso male e della stessa inquietudine mostruosa. Benicio del Toro, attore che interpreta un attore, è una sorta di Amleto, un eroe romantico sull’orlo del precipizio. Chiuso in se stesso e nella sua immobilità luttuosa (la morte dell’amata madre quando era soltanto un bambino), teme l’insorgere della passione che può trasformarlo in predatore omicida. Il suo personaggio, fondato sugli infiniti e ripetuti “essere o non essere”, offre un aggiornamento efficace del principe danese, in lotta questa volta contro un genitore tangibile. Il padre di Anthony Hopkins, specializzato a partire da Hannibal Lecter in sdoppiamenti della personalità, è un aguzzino invasato, trincerato nel suo segreto e deciso a contendere il potere al figlio, di cui ingabbia letteralmente la spontaneità individuale. La tenuta dei Talbot è il paradiso e insieme la prigione morbosa che inscena la duplicità psicologica del protagonista, il conflitto e la manifestazione del tarlo segreto (ed ereditario) che divora la luminosa corazza dell’eroe. Eroso dall’interno, il giovane Lawrence crollerà sotto l’incendio delle passioni e rovinerà come la sua tenuta, sconfitto e spinto tra le braccia “del non essere” e dentro la sua prima notte di quiete. Vai alla scheda su Mymovies.it

Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso

Skyline Multiplex

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Rozzano

Uci Cinemas Pioltello

The Space Cinema Cerro Maggiore

Le Giraffe Multiplex

Le Giraffe Multiplex

Arcadia Multiplex

Uci Cinemas Bicocca

Uci Cinemas Milanofiori

Gloria Multisala

Uci Cinemas Certosa

Plinius Multisala

17.30-21.30

15:00 17:30 20:00

15:00 17:30 20:00 22:30

17:00 18:00 19:45 21:00 22:20

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17:10 17:40 19:45 20:10 22:20

15.15-17.30-20.15-22.30

18:10 21:10

15.00-17.30-20.00-22.30

Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora

Commedia generazionale "da manuale"

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il figlio più piccolo

Arcobaleno Filmcenter

Uci Cinemas Bicocca

Sala Argentia

Le Giraffe Multiplex

The Space Cinema Odeon

Eliseo

15.00-17.30-20.00-22.30

19:50 22:20

21:00

19.50-22.30

15:10 20:05

15.30-17.50-20.20-22.30

Un film di Pupi Avati, con: Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Sydne Rome, Nicola Nocella, Manuela Morabito, Fabio Ferrari, Marcello Maietta, Massimo Bonetti, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Pino Quartullo, Nico Toffoli, Pino Calabrese, Gianluca Cammisa, Enzo Ghinazzi, Fabrizio Imas, Gisella Marengo, Matilde Matteucci, Omar Pedrini, Massimiliano Varrese, Alessandra Acciai

Avati apre il suo sguardo e il suo spirito critico verso la decadenza dei nostri costumi

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLuciano Baietti è un piccolo imprenditore scaltro e ambizioso che nel giorno stesso in cui sposa la donna da cui ha avuto due figli, scompare assieme a un eccentrico contabile appena uscito da seminario, portando con sé la proprietà di tutti i beni immobili. Diciotto anni dopo è dirigente della Baietti Enterprise, una delle più importanti società immobiliari del paese, nonché capo di un impero economico costruito su raccomandazioni, ricatti, società fantasma e connivenze politiche. Alla vigilia delle seconde nozze con una ricca romana politicamente in vista, Baietti richiama la prima moglie, che nel frattempo non ha mai smesso di amarlo, e il figlio più piccolo, Baldo, studente dams innamorato di film splatter, per invitarlo ad essere testimone di nozze e nuovo dirigente del suo impero d'affari. Nonostante l'età, Pupi Avati resta sempre il più fanciullesco, "il figlio più piccolo" nella famiglia degli autori italiani: il più eclettico, il più prolifico, il più sognatore, quello che pare procedere con passo incerto ma spedito, con l'atteggiamento più introverso e col carattere più pacifico. Fra i colleghi della sua generazione, l'unico a non essersi mai realmente interessato a perseguire un progetto di cinema “politico” anche nel momento in cui tutti, non solo Bellocchio e Bertolucci, sposavano la passione artistica con il fermento politico. Partito con horror e commedie grottesche, col tempo il suo sguardo si è rivolto sempre più spesso alla storia e al reale, ma sempre mantenendo un filtro che ne facesse percepire una distanza, di volta in volta nostalgica, onirica, sommessa, inibita. Il mistero sulla sua agilità giovanile si mantiene anche al suo quarantesimo film. Quel che trova invece conferma, dopo Il papà di Giovanna, è un certo imbarazzo a farsi cantore di storie che vadano oltre l'operetta morale o il romanzo di formazione, quasi che la qualità del suo cinema volesse restare sempre media o “minore” per determinazione. Nello scontro, per la prima volta cercato e trovato, con la decadenza dei nostri costumi, il principio che Avati mette in gioco è radicale ma interessante: l'Italia si riduce ad un contrasto fra furbetti del quartierino e Candidi sognatori, fra chi ha fatto sì che corruzione, volgarità e impunità diventassero i soli valori e chi ha lasciato passivamente che ciò accadesse, per quieto vivere o perché incapace di comprendere i mutamenti in atto. Ma l'inedito spirito militante e la capacità critica costituiscono solo la tesi, alla quale il regista bolognese pare aderire più per pietà che per rabbia verso i suoi “furbetti”, e più con patetica tenerezza che con l'intenzione di scuotere le coscienze dei più ingenui. Non c'è assolutamente niente di sbagliato nel desiderio di salvare dalla vis polemica l'umanità dei suoi personaggi, ma trasformare tutti i comprimari in caratteristi eccentrici e i protagonisti in ometti patetici, serve solo ad edulcorare la forza della sua tesi. Dallo “squalo” della finanza ipocondriaco in sandali da frate Zingaretti alla cantante hippie e polemica Morante, dalla nuova moglie, volgare borghesuccia romana che combatte la partitocrazia della politica con una squadra di tronisti palestrati, fino ai due “piccoli” protagonisti del film, l'imprenditore miserabile De Sica e lo studente sovrappeso Nocella, sono tutti elementi che, presi singolarmente, confermano la bravura di Avati come scrittore inventivo e come “regista di attori”. Ma la realtà attuale italiana rivela una mentalità già da sé così piccola nel suo esibizionismo esasperato, che uno sguardo circoscritto, troppo spesso pacifico e bonario, non incide né su di essa, né tanto meno sulla possibilità di trarre da essa un grande racconto. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il concerto

Anteo

Eliseo

Colosseo

De Sica

15.00-17.30-20.00-22.30

15.15-17.40-20.05-22.30

15.15-17.40-20.05-22.30

21.15

Un film di Radu Mihaileanu, con: Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Valeriy Barinov, Vasile Albinet, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Mélanie Laurent

Un concerto per raccontare la Storia e accordare passato e presente

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAndreï Filipov è un direttore d'orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent'anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l'orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell'invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie. Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato. Con Train de vie Radu Mihaileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un'aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità. È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant'anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell'onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l'accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent'anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l'occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo. Come Gorbaciov, Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell'epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l'Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un'anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l'arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l'impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male. Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un'amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un'irrinunciabile unità emozionale. Vai alla scheda su Mymovies.it

Crazy Heart

Uci Cinemas Bicocca

14:35 17:20 20:00 22:35

Un film di Scott Cooper, con: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Chad Brummett, Tom Bower, Beth Grant, Annie Corley, James Keane, Anna Felix, Paul Herman

Cinema di luoghi più che di volti, tutti troppo puliti, ma per fortuna c'è Jeff
Dalle stelle alle stalle e ritorno per Bad Blake, campione del country in declino a cui la vita regala un'ultima possibilità di rimettersi in sesto
di Gabriele Niola

Ne ha viste di cose nella sua vita Bad Blake, cantante country dal passato illustre e il presente affumicato da sigarette e annegato negli alcolici scadenti dei locali di provincia dove si esibisce per pochi spiccioli. Ha visto 4 matrimoni, un pupillo che suonava nella sua band e ora è ricco e famoso ma al quale non intende aprire i concerti, infiniti paesaggi delle praterie texane e un numero impressionante di motel. A 56 anni suonatissimi la sua vita potrebbe finire da un momento all'altro, se non lo stronca prima la salute saranno i debiti, e a lui del resto non sembra importare molto. Almeno finchè non incontra Jean e Buddy. Il country è una musica fatta da pochi accordi che si ripetono, nella quale non conta molto l'originalità dell'armonia quanto le parole e l'interpretazione. Come per i bluesman, un buon cantante country ha vissuto e quella vita finisce nelle canzoni. Non siamo quindi lontani da un certo modo di fare cinema ad Hollywood, dove su schemi e dinamiche che si ripetono uguali a se stessi di film in film spesso si innestano interpretazioni o variazioni in grado di fare la differenza. Così è anche per Crazy heart, modellato sul tipico racconto di caduta e ascesa in accordo al mito della seconda occasione (come avevamo già visto recentemente in The Wrestler), che pur non variando molto da quello che ci si aspetta sa incastrare il racconto di un uomo votato all'autodistruzione in un discorso più grande sulla cultura popolare americana vista attraverso la sua musica. E lo fa attraverso l'impegno e la dedizione al lavoro di un Jeff Bridges bravissimo, come sempre è, ma stavolta più in evidenza del solito. Vedere un film del genere senza conoscere la cultura country, senza comprendere le parole delle canzoni cantate e con un doppiaggio che annulla tutto il lavoro di cesello fatto sulle inflessioni dialettali è una vera violenza nei confronti di un'opera che su questo punta per dare autenticità alla parabola di uno sfasciato tutto americano, un cantante "che fu grande" e che ora va avanti a sigarette e alcohol. Se infatti Bridges ha una faccia convincente e autentica per il proprio personaggio, intorno a sè ha un cast di attori di primo piano, facce pulite da Hollywood che stonano addosso a personaggi volgari di provincia e che non aiutano a sporcare di autentica polvere desertica questa storia scaldacuore. Vai alla scheda su Mymovies.it

Maga Martina e il libro magico del draghetto

Uci Cinemas Bicocca

Arcadia Multiplex

14:50 17:20

17:15

Un film di Stefan Ruzowitzky, con: Alina Freund, Sami Herzog, Anja Kling, Pilar Bardem, Ingo Naujoks, Yvonne Catterfeld, Karl Markovics, Dierk Prawdzik, Erik Jan Rippmann, Theo Trebs, Antonia von Melville, Michael Mittermeier, Erwin Steinhauer, Adele Neuhauser, Leonard Boes, Irm Hermann, Antonia Cäcilia Holfelder

Un grande premio Oscar al servizio dei piccoli spettatori
Nella vita di Lilly compaiono all'improvviso un libro magico e un piccolo goffo drago guardiano con cui condividerà una fantastica avventura.
di Marianna Cappi

La vecchia strega Teodolinda ha urgenza di trovare una giovane erede. Il perfido mago Geronimo non si arrende e le tenta tutte per entrare in possesso del suo libro di incantesimi; con quello, potrà costruire la Macchina per il Dominio del Mondo e nulla sarà più come prima. Per evitarlo, Teodolinda spedisce il fido draghetto Ettore in cerca della nuova super maga e l'animaletto incappa a colpo sicuro in Martina, una ragazzina normale che supera brillantemente la prova. Prima produzione tedesca ad uscire in sala col prestigioso marchio Disney, Maga Martina e il libro magico del draghetto nasce dalle pagine dei fortunati libri per ragazzi di Knister, anche se non vi si attiene alla lettera, preferendo elaborare un materiale narrativo nuovo. Il film, probabile primo capitolo di una serie alle porte, non lesina spiegazioni e ripetizioni, proponendosi in questo modo anche ai più piccoli, esclusi dalla complessità di racconto e rappresentazione dalle vicende di altri, più noti, maghetti. Martina si prende molto meno sul serio dei colleghi di Hogwarts, babbana che di più non si può, assume l'incarico magico come fosse un'avventura estiva e il film l'asseconda, tra corse in bicicletta, aule scolastiche allagate e percorsi da luna park nella casa stregata. C'è una bella spensieratezza nella pellicola di Stefan Ruzowitzky, non poco teatro Geronimo è un buffone, un personaggio da vaudeville , qualche strizzatina d'occhio al cinema dei grandi (gli zombies!) e qualche breve immagine davvero spaventosa, come quella degli adulti del paese in divisa grigia che collaborano alacremente alla costruzione del grande piano di un pazzo, dopo essere stati ipnotizzati facilmente per strada o attraverso un grande schermo. Di certo Alina Freund non è Jodie Foster o Hayley Mills ma il film riporta comunque alla mente certe pellicole Disney di una volta, a tecnica mista, anche grazie alla figura del drago. Con due differenze macroscopiche: innanzitutto che, se allora si spingeva sul pedale del protagonista sfortunato, preferibilmente orfano, oggi si predilige la ragazzina ultra normale, ritenuta miglior calamita per l'identificazione del giovane spettatore; e in secondo luogo che sono andati in archivio per sempre gli inimitabili dialoghi degli anni Settanta ma far parlare i bambini al cinema resta ancora una sfida con i fiocchi. Vai alla scheda su Mymovies.it

Il Mi$$ionario

Uci Cinemas Bicocca

The Space Cinema Cerro Maggiore

The Space Cinema Rozzano

14:20 17:35 20:05 22:25

17:45 22:20

17:45 22:40

Un film di Roger Delattre, con: Jean-Marie Bigard, David Strajmayster, Thiam Aïssatou, Jean Dell, Michel Chesneau, Benjamin Feitelson, Jean-Gilles Barbier, Sydney wernicke, Philippe Faure, François Siener, Alaa Oumouzoune, Lucie Lucas, Arthur Chazal, Sidney Wernicke, Camille De Pazzis, Julia Molkhou, Liina Brunelle

Una commedia degli equivoci d'altri tempi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariScambiato per un curato dagli abitanti di un villaggio, Mario Diccara, appena uscito di prigione, gioca la parte per non farsi trovare da un gruppo di delinquenti. Dopo sette anni di carcere duro, nei panni del prete, Diccara é naturalmente quantomeno strano. Ma fra fraintendimenti e sciocchezze, il paese finirà per apprezzare l'originalità del nuovo parroco. Sulla falsariga della commedia degli equivoci di vecchia data (i riferimenti vanno addirittura a Don Camillo e l'onorevole Peppone), Il missionario gioca sulla frizione tra i mondi, quello cattolico e laico, quello provinciale e metropolitano. Rivelando in questo modo la simpatia di un villaggio perduto dove c'è una tappa al bar tra ogni attività e il cuore in fondo buono di un criminale. Il tutto condito da un'atmosfera d'altri tempi e necessarie banalità (tra cui quella, grossolana, del mafioso siciliano e del fratello prete sempre più attratto dai soldi facili). L'esordiente Roger Delattre (ex assistente di Besson) riesce a rendere interessante il film dopo una prima metà piuttosto caricaturale. Nonostante la prevedibilità delle inversioni dei ruoli e qualche sentimentalismo, la trama resta in sostanza consistente. Curiosamente, una pellicola dall'apparenza poco invitante si rivela meno inerte del previsto e fa passare un messaggio di coesistenza piuttosto naïf ma perlomeno evita la volgarità delle grandi produzioni comiche nostrane. Certo, il vero mistero risiede nelle logiche di distribuzione del cinema francese in Italia. Passato praticamente inosservato oltralpe, non si capisce perché sia arrivato sul suolo nazionale al posto di altre, più interessanti e potenzialmente redditizie, commedie. Vai alla scheda su Mymovies.it

Alvin Superstar 2

Uci Cinemas Milanofiori

Uci Cinemas Certosa

Le Giraffe Multiplex

Arcadia Multiplex

Uci Cinemas Bicocca

17:50

18:00

17.40

17:05

15:00 17:25

Un film di Betty Thomas, con: Zachary Levi, David Cross, Jason Lee, Justin Long, Matthew Gray Gubler, Jesse McCartney, Amy Poehler, Anna Faris, Christina Applegate, Kathryn Joosten, Bridgit Mendler, Kevin G. Schmidt, Aimee Carrero, Brando Eaton, Chris Warren Jr., Skoti Collins, Anjelah N. Johnson, Wendie Malick, Charice Pempengco, Lauren Cornell, Alexandra Shipp, Cameron Richardson, Ross Bagdasarian Jr, Janice Karman, Tyler Sean Palmer

Perfetto per intrattenere il pubblico infantile, pessimo per parlare del mondo che li circonda
I Chipmunks, Alvin, Simon e Theodore tornano in un nuovo film. Assieme a loro la loro controparte femminile, le Chipettes formate da Brittany, Eleanor e Jeanette.
di Gabriele Niola

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlvin e i suoi due fratelli sono ormai rockstar famosissime ma la vita sconsiderata e colma di eccessi che si accompagna a quel ruolo non calza molto bene al trio e del resto nemmeno al loro amato tutore Dave, così dopo l'ultimo infortunio che lo costringe in ospedale proprio Dave decide di affidare i tre piccoletti alla zia e di mandarli a scuola. Peccato che la zia venga spedita anch'essa in ospedale a tempo di record e con loro rimanga il nipote nerd, sbadato e sbandato che si prenderà decisamente poco cura dei tre lasciandoli alla loro nuova vita tra i problemi di inserimenti in una high school e l'arrivo delle Chippette, tre scoiattoline di provincia venute in città per sfondare e biecamente utilizzate per tornare in vetta da colui che nel primo film della serie aveva fatto lo stesso con Alvin e i suoi fratelli. Tale è stato il successo di Alvin superstar in tutto il mondo da generare questo immediato sequel che non innova in nulla né tecnicamente né tematicamente (del resto, perché doveva?) e ripropone sotto nuove vesti un altro "episodio" delle avventure di Alvin, Theodore e Simon. Come le serie animate che hanno conquistato il pubblico televisivo nel tempo così anche i film dei Chipmunks seguono una scansione priva di un filo conduttore: ogni film fa testo a sè, è autoconclusivo e non introduce nulla che possa sconvolgere il gradimento o il senso della serie. Alvin superstar dunque è come una serie televisiva i cui episodi sono solo più grandi, più grossi, più costosi e distribuiti nei cinema. Questo non sembra importare al pubblico vero del film, quello infantile, che anzi apprezza l'entrata in scena dei tre equivalenti femminili. Come è d'obbligo in questo tipo di prodotti esse sono la copia speculare dei veri protagonisti (i maschi) hanno i loro caratteri, sono connotate dai medesimi colori in gradazione femminea (rosa al posto del rosso, viola per il blu e verde acqua per il verde) ed esistono in funzione loro, sono l'oggetto del desiderio ma nulla di più, la personalità è un puro abbozzo. Anch'esse cantano, ovviamente, rifacendosi vagamente ai trii degli anni '60/'70 come le Ronettes o le Supremes e più pragmaticamente ai gruppi femminili R&B moderni sia per movenze che per tipo di musica cantata (quella universalmente considerata da donne in opposizione a tutto il resto del rock, anche vintage, che invece spetta ai maschi). Alvin superstar 2 in sostanza continua a riproporre il più acquietante dei contenuti possibili: la scuola è noiosa ma necessaria, i fichi sono i bulli che fanno sport, i secchioni vengono presi in giro, le ragazze si interessano solo a chi è popolare e chi era sfigato ieri sarà irrisolto e maniaco dei videogiochi (sic!) domani. Dogmi da non mettere in discussione ma, anzi, da cavalcare. Vai alla scheda su Mymovies.it

L'amante inglese

Eliseo

15.00-16.50-18.40-20.30-22.30

Un film di Catherine Corsini, con: Kristin Scott Thomas, Sergi López, Yvan Attal, Bernard Blancan, Aladin Reibel, Alexandre Vidal, Gèrard Lartigau, Geneviève Casile, Philippe Laudenbach, Daisy Broom, Berta Esquirol, Gerard Lartigau, Michèle Ernou, Jonathan Cohen, Hélène Babu, Sali Cervià

Una pellicola tesa e asciutta dalla cruda lucidità di sguardo
L'inglese Suzanne è sposata ad un ricco medico francese ma s'innamora perdutamente di un operaio spagnolo senza soldi. Il marito le dichiara allora una guerra economica, che la mette in ginocchio.
di Marianna Cappi

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUna villa nella Francia del Sud. Un medico, Samuel, e la moglie, Suzanne, che decide a quarant'anni di rimettersi al lavoro come fisioterapista. Mentre segue i lavori di costruzione del suo nuovo ambulatorio, conosce Ivan, un operaio di origine catalana, che è stato in prigione e vive di lavoretti precari. La passione tra i due è tale che Suzanne lascia tutto quel che ha per vivere con lui, ma il marito le dichiara guerra e la priva di ogni mezzo di sussistenza. L'amante inglese, traduzione impoverente dell'originale Partir, non enuncia nessun nuovo teorema sul triangolo marito moglie amante e non è citando a man bassa Truffaut, dal quale prende a prestito con successo la musica de La signora della porta accanto, o Flaubert (anche la sua Emma Bovary era moglie di un medico), che il film si alza magicamente dalla sua medietà. Non accade. Eppure è proprio nel rifiuto del costume melodrammatico e nella sua cruda lucidità di sguardo che la pellicola di Catherine Corsini trova un suo carattere. Non certo nella storia d'amore tra la signora e il proletario, ma nel modo in cui un vertice di questo triangolo, la casella del marito, viene portato in su fuori misura, abbandonando gli altri due a terra, letteralmente. La regista punta il dito contro la condizione sfavorita della donna, economicamente ricattabile e (ancora letteralmente) imprigionabile in un film privo di grandi sottotesti, evidentemente, diremmo quasi superfluo, se non fosse per una fattura tesa e asciutta, che scarta la noia, e per qualche interessante luce sinistra che emana dalla coppia Yvan Attal/Kristin Scott Thomas e permette, per esempio, la scena hitchockiana del marito che aiuta la donna che ha distrutto a bere, per rimettersi in piedi. Ma proprio perché lo scarto rispetto al meló da feuilleton è stato già effettuato, anche con la proposta di un'eroina che rifiuta di piangersi addosso, non si comprende fino in fondo la scelta di un finale improntato ad un revanscismo femminile che è brutta copia di quel maschilismo d'antan rappresentato da Samuel. Un gesto vano in partenza, che il finalissimo si premura di chiudere, di fermare di un'unica interpretazione possibile, nuovamente nell'ottica pessimistica dell'impossibilità e dell'equazione amore uguale follia uguale distruzione. Vai alla scheda su Mymovies.it

Scusa ma ti voglio sposare

The Space Cinema Odeon

Le Giraffe Multiplex

The Space Cinema Rozzano

The Space Cinema Cerro Maggiore

17:35 22:30

17.30

14:45 17:30 20:00

20:10 22:45

Un film di Federico Moccia, con: Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Luca Angeletti, Francesca Antonelli, Francesco Apolloni, Michelle Carpente, Beatrice Valente Covino, Cecilia Dazzi, Francesca Ferrazzo, Rossella Infanti, Cristiano Lucarelli, Ignazio Oliva, Pino Quartullo, Andrea Montovoli, Francesco Arca, Kiara Tomaselli, Michela Carpente, Beatrice Valente, Chiara Tomaselli, Lara Basso, Maria Rita Fenzato

Il film alza lo sguardo dal mondo dei diari scolastici e si rivolge a quello dei quarantenni
Seguito del famoso film Scusa ma ti chiamo amore
di Marianna Cappi

Consigliato: Assolutamente No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNiki e Alex stanno felicemente insieme nonostante la differenza d'età; lei frequenta l'università, lui è un pubblicitario di successo. Mentre i suoi amici disintegrano la loro vita amorosa col tradimento o con l'indifferenza, Alex si convince a chiedere Niki in sposa, durante un weekend a Parigi. Entusiasta, la ragazza finisce però nelle grinfie delle future cognate, che le rubano i preparativi. Delusa e stressata, Niki lascia Alex e va in vacanza ad Ibiza con Guido, un coetaneo che la corteggia. Anche sorvolando alla massima velocità sul deserto del plot, in Scusa ma ti voglio sposare, scritto e diretto da Federico Moccia sull'onda del successo di Scusa ma ti chiamo amore, resta comunque arduo scorgere un'oasi dove trovar conforto all'arsura. Appurato che Raul Bova può fare la commedia romantica, manca ancora all'appello il secondo termine dell'affermazione: un copione, un'idea, un sentimento. Il sequel alza lo sguardo dal mondo dei diari scolastici su quello dei quarantenni per i quali il bello del matrimonio è condividere un brodino caldo e un bel film e non c'è miglior regalo di compleanno o di Natale di una prostituta di colore; dove le ragazze hanno lingue che sembrano “sciarpette de Fendi”, i libri di poesia non hanno un titolo e o si trasgredisce o si è delle mummie, o il punk o il clavicembalo. Certo Niki e Alex sono pensati per fare la differenza, camaleonti in grado di non sfigurare in nessun dove, di colorarsi di (finta) eleganza nel castello dei genitori di lui, di cuore sole amore sulla spiaggia e soprattutto di nulla, a contatto col nulla. Eppure sono proprio loro gli alfieri del vero cattivo gusto del film, quelli che sfuggono all'alibi dell'esagerazione o della semplificazione richieste dalla commedia, e ci stordiscono con un video amatoriale da Parigi che è un'arma di distruzione di massa. Per scelta o per forza di cose, l'uso che Moccia fa del linguaggio audiovisivo è prescolare: quando si vede un cane parte la canzone del cane, quando lei dice “è finita” la colonna sonora ripete “è finita…”, quando piove la musica intona “piove…”; e la sofisticheria è quella di affidare la battuta che dà il titolo al film ad una scritta al neon. È quasi un'autodenuncia di impronunciabilità, così come sono dei boomerang i mille momenti in cui i personaggi sbottano in un “che palle!”. Fungono da cinture di sicurezza, che attutiscono l'impatto, i bravi Cecilia Dazzi e Pino Quartullo e la bella Beatrice Valente Covino nei panni di Olly, una delle amiche della protagonista la cui storia è esilissima ma almeno non è quella di una ragazzina incinta. Quella tocca all'altra amica. Vai alla scheda su Mymovies.it

Baciami ancora

San Giovanni Bosco di Gessate

20.45

Un film di Gabriele Muccino, con: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Alexia Murray

Muccino racconta il volto esteriore dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa e della dinamica amorosa
Dieci anni dopo "L'Ultimo bacio", le coppie fanno i conti con gli errori commessi e si rimettono in discussione, si spaccano, si incolpano, si baciano ancora.
di Marianna Cappi

Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariCarlo e Giulia si sono amati e odiati e traditi e ora, separati, condividono la figlia Sveva. Giulia ha un nuovo compagno, un attore, mentre Carlo ha tante donne e poco amore. Marco e la moglie hanno inseguito disperatamente il desiderio di un figlio e da quel fantasma si sono lasciati corrodere. Livia ha cresciuto Matteo da sola, Alberto ha perseguito l'indipendenza affettiva, Paolo è passato da una dipendenza ad un'altra. Il ritorno a Roma di Adriano, il padre di Matteo, dopo quasi dieci anni, li riunisce e li riporta alla fontana dei desideri, ma non c'è più acqua: o la si riempie o ci si schianta al suolo. Dieci anni fa, L'Ultimo Bacio irrompeva sulla scena cinematografica italiana risollevandone le sorti al botteghino ma soprattutto proponendosi come uno specchio delle brame e dei tentennamenti dei trentenni, a cui la maturità pareva porre le sue richieste anzitempo; scomoda, insoddisfacente, liberticida. Il film movimentava le acque e, forse, le coscienze, con la sua macchina da presa mai ferma e il suo protagonista sempre in corsa, per non lasciarsi sfuggire questo, per riprendere quello, per battersi sul tempo prima e per recuperarlo poi. Oggi Carlo è esaurito. È stressato, dice il film, ma forse anche svuotato come personaggio, sacrificato a un destino di contenitore della "storia di tutte le storie d'amore", come recita la tag line di promozione di Baciami Ancora. Ciò non significa che Muccino non racconti quello che conosce, al contrario: fedele alla rappresentazione di un milieu borghese, pacificato con se stesso e consapevole, non cerca l'eccezionale ma racconta la norma con un'eccezionalità di tono, non solo vocale. Perché allora non plaudire a chi ci dice come siamo e ci mette addirittura su uno schermo per dirci quanto siamo normali nelle nostre stranezze, quanto buffi e disperati, e quanto ogni errore è riparabile, se lo vogliamo veramente, perché tutto è possibile? Perché non è vero, cioè non lo è qui. Nel film di Muccino non c'è vera libertà di scelta, si corre e si suda sul tragitto senza sbocco di un tapis roulant e il battito cardiaco accelera sì, ma per claustrofobia. Baciami Ancora è cinema del ritorno, del falso movimento, che va benissimo finché non si spaccia per cinema della possibilità o della verità. Dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa, della dinamica amorosa, Muccino racconta il volto esteriore, ne istoria e colora magistralmente la facciata, non si appella agli scherzi del destino o del caso, come farebbe magari un copione corale francese, nemmeno nella vicenda di Favino, apparentemente la più coraggiosa; non solleva le lenzuola (sono già stese, come sipari innocenti sul terrazzo di Come te nessuno mai), non ci dice i gesti privati, precisi, individuali, del dolore e della sorpresa; ha tutti gli strumenti per fare il cinema ma non guarda attraverso il suo filtro. Vai alla scheda su Mymovies.it

La bocca del lupo

Centrale

14.30-16.30 - 18.30 - 20.30 - 22.30

Un film di Pietro Marcello, con: Vincenzo Motta, Mary Monaco

Una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre "nella bocca del lupo"

Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariProdotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino La bocca del lupo racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad “avventurarsi” è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi. Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western –suggerisce il montaggio che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato. La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza. Sale una grande malinconia da questo lieto fine, ma le vittime non sono i protagonisti quanto lo spettatore, che si scopre miope e si dà improvvisamente ragione delle immagini con cui Marcello lo ha portato fino lì, in questo film ibrido che non si cura della distinzione tra ciò che è finzione e ciò che è documento: immagini d’epoca dei cineamatori, di chi salpa per il mondo nuovo e di chi non esce mai da certe vecchie storie. Immagini di un tempo che non c’è più, apparentemente. Eppure, forse, le cose non ci sono (più) solo quando non le si vuole più guardare. Sono pochissimi, in Italia, i registi che hanno la forza e il coraggio di battere sentieri nuovi, di aprire nuove strade, di affrontare, accettandole, asperità che hanno la potenzialità di farsi nuova narrazione, nuova estetica, nuovo cinema. Pietro Marcello è sicuramente tra questi: l’aveva dimostrato con il suo primo film, Il passaggio della linea, e lo ha ampiamente confermato con quest’opera seconda, scegliendo una forma che riesce ad essere tanto più sospesa e metafisica quanto più si aggrappa saldamente ai personaggi e ai luoghi fisici che vengono inquadrati e raccontati dall’occhio della videocamera. Marcello raccoglie dunque l’eredità pasoliniana ma, quel che più conta, guarda ai margini del mondo da una posizione che non è mai pretestuosamente oggettiva e oggettivante, mai ipocritamente partecipe e manipolatrice; una posizione che gli evita la trappola del paternalismo intellettuale così come quella di un’adesione ingiusta e impossibile. Vai alla scheda su Mymovies.it

Revanche - Ti ucciderò

Arcadia Multiplex

17:35-21:10

Un film di Götz Spielmann, con: Johannes Krisch, Ursula Strauss, Andreas Lust, Irina Potapenko, Johannes Thanheiser, Hanno Poschl, Magdalena Kropiunig, Toni Slama, Elisabetha Pejcinoska, Aniko Bärkanyi, Annamaria Haytö, Nicoletta Prokes, Rainer Gradischnig, Haris Bilajbegovic, Aleksander Reljic-Bohigas

Un poliziesco classico, ricco di colpi di scena, che indaga sul senso della vendetta e del peccato
Una prostituta ed il suo amante mettono in atto una rapina in un remoto villaggio austriaco, ma molte cose non vanno come previsto…
di Gabriele Niola

Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn città o si diventa arroganti o farabutti: con queste parole viene descritto Alex a pochi minuti dall'inizio il quale, occorre dirlo, di certo stando a Vienna non è diventato arrogante. Uscito di galera qualche tempo prima dell'inizio del racconto, ora fa l'autista per il padrone di un bordello e ha commesso il terribile errore di innamorarsi, ricambiato, della prostituta più richiesta. Insieme meditano la fuga per la quale gli occorrono però parecchi soldi, lei infatti è seriamente indebitata. C'è solo un modo per Alex di procurarsi quella cifra e in fretta: una rapina ben fatta. Purtroppo un piccolo ingranaggio del meccanismo non va per il verso giusto influendo sulla fuga dei due amanti dalla città e dando alla storia una seconda parte radicalmente diversa. Nel passaggio da città a campagna (dove il dolore si rimugina tagliando la legna e ha la forma della gigantesca catasta di ciocchi che ne risulta), il silenzio della seconda si contrappone al caos della prima e il noir diventa una dramma a due: la lentissima caccia che l'autoproclamato giustiziere dà al colpevole, suo ignaro vicino di cascina. Prostitute, malviventi e poliziotti in cerca di redenzione. Non occorre essere americani per girare degli ottimi noir e non occorre copiarli per riuscire a farlo in Europa. Revanche è al tempo stesso un poliziesco classico, in cui si racconta di malviventi e prostitute in fuga da una vita in cui è impossibile amare grazie ad un ultimo crimine, e un film di vendetta che inizia là dove il poliziesco solitamente termina. Il regista Götz Spielmann (poco noto da noi ma pieno di premi sui suoi scaffali) non si diverte per nulla a mettere nelle mani di un uomo violento e già condannato la possibilità di farsi giustizia da solo senza che nessuno lo scopra, anzi in ogni momento è attento a mettere in evidenza le contraddizioni insite in un simile atto viscerale con il timore di chi crede che in ogni uomo (compreso se stesso) ci sia un potenziale assassino. Non si fanno sconti a nessuno, i protagonisti hanno tutti uno o più peccati da confessare e sulla necessità della loro espiazione si fonda il senso stesso del racconto. L'unica etica che fa capolino (ognuno vedrà poi se concordare con essa o meno) è quella dei molti simboli cristiani che incombono sui peccati cittadini da scontare in campagna e delle bibliche opposizioni logiche (peccato/pena, colpevole/giustiziere, città/campagna, nascita/morte e via dicendo). Revanche è un film che indaga il senso della vendetta e la responsabilità delle nostre azioni utilizzando personaggi e situazioni estreme, un'opera in grado di sorprendere in ogni momento contando su una quantità impressionante di colpi di scena, ognuno dei quali ha ragione d'esistere per come mescola nuovamente le carte smontando le certezze dello spettatore al quale, al pari del protagonista, non resta che chiedersi quale sia il fine ultimo delle nostre azioni e fino a dove arrivi la nostra responsabilità su di esse. Vai alla scheda su Mymovies.it

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